L’artista e il mecenate all’ombra dell’oro bizantino con BurriRavennaOro

Una mostra per Burri e per Ravenna al MAR, nell’ambito della VIII Biennale di Mosaico Contemporaneo, visitabile fino al 14 gennaio. 

Sono arrivate le vacanze di Natale e, fra le corse per gli ultimi regali per lei, lui e bambini, lunghe giornate in cucina per preparare squisitezze, o qualche fuga romantica di puro relax, è giunto il momento di ritagliarsi un po’ di tempo per se stessi. Nulla di meglio che una giornata dedicata all’arte.

Fra le esposizione del momento a Ravenna, sicuramente da non perdere quella conservata al MAR – Museo d’Arte della Citta di Ravenna, realizzata in collaborazione con la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ovvero: “BURRIRAVENNAORO“, una mostra che pone il suo focus sulla produzione risalente agli anni ’90 che Burri realizzò per Ravenna. La mostra, nell’ambito della VIII Biennale di Mosaico Contemporaneo, è visitabile fino al 14 gennaio. 

Burri e il suo rapporto con Ravenna

Il sodalizio Ravenna-Burri iniziò alla fine degli anni ’80 quando venne in contatto con Raul Gardini tramite l’architetto Francesco Moschini e iniziò una committenza che fece nascere nell’artista perugino un periodo intenso della sua produzione artistica. 

Il Burri dissacrante, antiretorico degli anni ’50 che rappresentava una realtà sofferta di miserie e di disillusioni, penetrata dai traumi della guerra e dalla ricostruzione ancora compromessa, approda ad una sorta di illuminazione, all’incanto di un “impero orientale” racchiuso nelle basiliche , nei mausolei di una città di provincia affossata nelle sue memorie. 

Il famoso “Sacco ST 11” del 1954 esprime tutta la desolazione di un’Italia che si stava ricomponendo ma che aveva subito le ingiuria di una storia ingrata a partire da un Risorgimento incompiuto, un’Unità amara e due guerre mondiali atroci non solo per le perdite umane ma anche per una geo-politica nazionale: “la Vittoria mutilata” e le atrocità della seconda guerra mondiale avevano definitivamente privato il paese di ogni aspirazione alla centralità mediterranea e all’autonomia politica. Nell’opera del ’54 , tuttavia, non si nega la visione, la fuga, la vista “dei limoni” di montaliana memoria, il faro all’orizzonte: staglia ad angolo un brandello di oro, che Burri sgretola in marcate linee nere. Già in quest’opera appare tutta la dialettica, il contrasto fra la materia dell’esistere problematico e violento e la visione revanchista di chi guarda in lontananza. 

Il frammento di oro è avulso da qualsiasi ideologia, è l’aspirazione umana a risollevarsi, creare miti fondatori: l’oro di una modernità che va trovata sotto le macerie di un vecchio mondo, un oro che non si ammoglia a nessuna ideologia, anzi da tutte rifugge e si alimenta dello stesso atto artistico. 

Burri e Gardini: un’amicizia proficua

L’incontro con Gardini è proficuo sotto due profili: da un lato fu contagiosa per Burri l’intraprendenza e l’energia di Raul, la sua visione aperta, sfidante, audace che dava vigore e centralità ad una provincia eclissata, dall’altro familiarizzava con una terra che aveva vissuto grandezze e cadute ma che, dopo la guerra greco-gotica, era stata seconda solo a Costantinopoli. Qui l’oro e i suoi frammenti trovano una cornice storica, una loro casa, un punto di approdo: l’oro bizantino di Klimt, le visioni di Jung si sposano con la ricerca di Burri di una nuova vitalità, di un varco che possa traghettare in una storia-visione. 

Burri trovò nel Gruppo Ferruzzi una committenza fervida e avanguardistica “con una vocazione diretta alla sollecitazione della creatività autoriale” come dichiara Moschini in un’intervista del 2013 a proposito del Palazzo delle Arti e dello Sport e della scultura site-specific di Burri, la mole rosseggiante di “Grande Ferro R” che l’artista perugino realizzò nel 1990 . Un’opera quella del Palazzo che si presenta modernamente classicheggiante, uno spazio civile dove gli artisti si incontrano e producono un’arte fermento e crescita per la città: un mecenatismo moderno che parte dalla riqualificazione della città perno fra un passato incuneato nel centro storico e un presente tentacolare dell’area industriale. 

Burri a Ravenna fra passato e presente

L’architettonizzazione delle arti con il Pala d’Andre concilia i due mondi, quello cittadino borghese con la realtà della recente industrializzazione, il mondo che sta al di là delle mura e armonizza il passato con il presente. Ferro R di Burri , simbolicamente polivalente , come la carena di un nave, come le dita di un mano, rappresentano l’apertura , l’aggregazione ma anche la forza , la resistenza , la lotta per un futuro che sappia trarre vitalità dal passato , pur guardando oltre. 

Burri trovò in Raul Gradini il suo “Mecenate” nella ricerca di un varco che sapesse parlare di un passato glorioso ma cogliesse la sfida e l’avventura del futuro. 

La storia e le sue forze oscure fermarono la sfida di Raul ma Burri nell’anno della morte dell’imprenditore ravennate inizia i cicli dei dipinti Nero e Oro che si ispirano alla decorazione musiva delle basiliche bizantine ma al contempo materializzano il fosco della storia, le ombre del presente e squarciano l’orizzonte con la foglia d’oro a rinnovare la sfida prometea dell’uomo e la centralità di un passato eroico.


Maria Grazia Lenzi

Diplomatasi nel 1978 al Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, si è laureata in Lingua e Letteratura Latina presso l’Ateneo bolognese nel 1985. Laureatasi anche in Lingue Moderne e Conservazione dei Beni culturali, oltre a inglese, francese e spagnolo, ha approfondito l’arabo con il corso triennale presso l’IsiAO, conseguendo il diploma nel 2009. Quasi contemporaneamente si è dedicata ad un corso di perfezionamento sull’organizzazione della città storica, del territorio e dei loro modelli di rappresentazione presso la Scuola Superiore di Bologna.

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