Byron: la ‘fatica dell’amore’ e la fine del suo esilio a Ravenna

Tra la voglia di rivoluzione e la paura di rappresaglie da parte del Conte Guiccioli, Byron continua la sua vita a Ravenna, trasformando il Palazzo in uno zoo e un ricettacolo di carbonari. Finché una visita da Londra non lo spinge a trasferirsi...

Dopo la separazione della contessa Teresa Gamba dal marito, Lord Byron continuò la sua relazione con la donna e non traslocò da Palazzo Guiccioli, ma anzi si sentì più eccitato per un duplice motivo. Da un lato, i carbonari erano in fermento e lui avrebbe fatto la sua parte; dall’altro temeva, quasi con piacere, una rappresaglia del conte che lo accusava dell’allontanamento della moglie. Correva voce che Guiccioli avesse assassinato già due uomini e l’immaginazione byroniana era pronta a credere che non si sarebbe tirato indietro una terza volta. Temeva un agguato in pineta ma continuò le sue cavalcate con qualche precauzione in più.

La figlia Allegra: con Byron o con gli Shelley?

L’unica seccatura di questo periodo fu l’insistenza della madre di Allegra – figlia di Byron – che reclamava la figlia con sé. La donna soggiornava presso gli Shelley e Byron che non voleva più saperne di Claire Clairmont e non voleva cedere la figlia Allegra alla combriccola degli Shelley. Diede ascolto, per poi rinfacciarlo, senza ombra di dubbio alle voci che Claire fosse diventata l’amante di Shelley e che fosse nata dalla relazione una bambina destinata al brefotrofio. Scrivendo ad Hoppner, dichiarò che la bambina non l’avrebbe lasciato per andare presso una famiglia dove sarebbe morta di fame o di frutta acerba e le avrebbero insegnato che Dio non esiste.

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I carbonari di Ravenna e l’attesa (deludente) della rivoluzione

Liberatosi della seccatura della madre di Allegra, nutriva la speranza che i carbonari di Ravenna insorgessero e non si limitassero a commetter qualche assassinio, come avvenne il 9 dicembre del 1820, quando, uscendo a sera inoltrata da Palazzo Guiccioli per raggiungere Teresa, alcuni colpi di moschetto risuonarono nella strada sottostante. Byron si precipitò e vide il comandante militare di Ravenna steso con cinque pallottole e nell’inerzia generale ordinò che fosse portato nel suo palazzo al sicuro. L’offerta generosa non salvò l’uomo che non godeva della simpatia popolare e il cui assassino non uscì mai dall’anonimato.

L’attesa della rivoluzione fu deludente per il poeta che voleva consacrarsi alla vita attiva e sperava nei suoi amici carbonari: purtroppo più parole che fatti. Quando all’inizio del 1821 Pietro Gamba riferì a Byron che il legato pontificio voleva procedere ad alcuni arresti, palazzo Guiccioli fu offerto come ricettacolo patriottico per qualunque carbonaro in pericolo. Ma questa rivelazione si dimostrò più dettata dal timore che da una reale constatazione, e, il 16 febbraio, Gamba impaurito e con poca propensione alla rivoluzione ma alla sua sicurezza portò tutte le armi che teneva in casa a Palazzo Guiccioli.

«È una fatica terribile, questo amore»

Byron si compiaceva della insurrezione del Regno delle Due Sicilia e di Napoli e ne ammirava il coraggio al confronto con la nobiltà ravennate, che si era appiattita e svigorita all’ombra dello spirito paternalistico dello Stato Pontificio. L’intervento del Metternich nelle abbozzate rivoluzioni della penisola mise fine a tutti i tentativi e seguì un’ondata persecutoria che non risparmiò nemmeno i Gamba. Già nel luglio del 1821 i Gamba con Teresa si erano trasferiti in esilio a Firenze ma Byron rimaneva tranquillo nel suo palazzo a Ravenna da dove non avrebbe voluto andarsene: «È una fatica terribile, questo amore».

A Ravenna si era acclimatato con le cavalcate in pineta, le sue uscite serale, la semplicità e la monotonia della vita. Palazzo Guiccioli con i suoi strani personaggi era diventato quasi uno zoo, una riserva di creature fantastiche: un falco, un corvo addomesticato, tre scimmie, otto mastini, dieci cavalli, cinque gatti e un’aquila. Tutto ciò lo salvava dalla nostalgia di Teresa.

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Da Ravenna a Pisa in pompa magna, ma con rammarico

Il 5 agosto ebbe la visita inaspettata di Shelley, che giunse a Ravenna per perorare la causa di Allegra, che nel frattempo, era stata affidata dal padre alle cure di un convento di cappuccine di Bagnacavallo a poche miglia da Ravenna. Palazzo Guiccioli non era un luogo per bambini con tutte quelle armi e carbonari che andavano fuori e dentro e soprattutto con gli animali giravano liberi per casa. Inoltre, una buona educazione cattolica era quello che ci voleva per una bambina che Byron riconosceva molto simile a sé, vanitosa, testarda e autoritaria.

Shelley visitò Allegra in convento portandole un cestino di dolci e una catenina d’oro acquistata in città. Scrisse anche a Teresa, che non aveva mai conosciuto, per consigliarle di trasferirsi a Pisa, dove Byron l’avrebbe raggiunta. Solo a fine ottobre il poeta con suo rammarico lasciò Ravenna, una sorta di limbo e raggiunse in pompa magna Pisa, dove si trasferì a Palazzo Lanfranchi. Nella città toscana si trovò irretito in una piccola comunità inglese compresi gli stessi Shelley.

Una brutta notizia

La notizia della scomparsa di Allegra lo colse il 20 aprile 1822 quando la bambina, all’età di cinque anni, morì per un’epidemia che si era diffusa dalle paludi romagnole ed aveva attaccato anche le campagne fino a Bagnacavallo. Byron cadde in una forte depressione e dolore ma non mostrò mai nessun rimorso relativo alla sua condotta nei confronti della figlia.

Di Maria Grazia Lenzi

Diplomatasi nel 1978 al Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, si è laureata in Lingua e Letteratura Latina presso l’Ateneo bolognese nel 1985. Laureatasi anche in Lingue Moderne e Conservazione dei Beni culturali, oltre a inglese, francese e spagnolo, ha approfondito l’arabo con il corso triennale presso l’IsiAO, conseguendo il diploma nel 2009. Quasi contemporaneamente si è dedicata ad un corso di perfezionamento sull’organizzazione della città storica, del territorio e dei loro modelli di rappresentazione presso la Scuola Superiore di Bologna.

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