Svettano maestose lungo il canale Candiano elemento ormai inconfondibile nello skyline della Darsena. Stiamo parlando delle Torri Hamon, nate come strutture di raffreddamento della raffineria Sarom, immortalate da Antonioni in “Deserto Rosso” e oggi giganti silenziosi in procinto di essere abbattuti.
Le Torri Hamon prendono il nome dai fratelli che progettarono questo meccanismo di raffreddamento a torre svasata verso il basso il basso, in grado di resistere meglio alle elevate temperature ormai raggiunte dai processi di lavorazione.
Le Torri di Ravenna nello specifico, sono alte 55m e si estendono su un’area di 2.500m², sono state costruite per volontà di Attilio Monti che nel 1950 fondò a Ravenna la S.A.R.O.M. (Società Anonima Raffinazione Olii Minerali), per la raffinazione del petrolio.
La SAROM ebbe fin da subito un grande successo, già nel 1951 importava carburante direttamente dai paesi produttori, dando vita al famoso impianto ravennate. La raffineria ricoprì fin da subito un posto di rilevanza nazionale, arrivando a raffinare duemiladuecento tonnellate di greggio al giorno, annoverando circa trecento addetti tra le sue maestranze. Gli impianti del canale Corsini fecero di Ravenna la sola provincia in Italia ad aver raddoppiato il totale di occupati nel settore secondario tra il 1951 e il 1961. Un vero e proprio buster per l’economia cittadina che negli anni di massimo splendore vide un forte incremento della popolazione, passando da 91.000 a oltre 130.000 abitanti.
La raffineria lavorava a pieno regime. Il rifornimento delle navi con carburante si effettuava alle banchine, mentre le grandi navi oceaniche si rifornivano presso l’“isola d’acciaio”, una struttura di attracco delle grandi petroliere, posta a 6 km in mare aperto costruita nel 1956. Sei anni più tardi, si inaugurò al largo di Marina di Ravenna una boa-supertankers per le superpetroliere.
Nel 1960 la rete distributiva della SAROM fu venduta alla British Petroleum per quindici miliardi di lire, capitale che permise ad Attilio Monti di acquistare l’Agricola Finanziaria, l’Eridania e Il Resto del Carlino.
Con il sopraggiungere della crisi petrolifera mondiale tra il 1974 e il 1977 la S.A.R.O.M. accumulò più di 234 miliardi di lire di debiti che continuarono a crescere. Nel 1979, dopo avere venduto la società Eridania a Serafino Ferruzzi, Monti entrò la trattativa con Eni per la cessione di tutte le altre attività produttive. L’intero impianto interruppe la produzione nel 1984 e chiuse i battenti l’anno successivo, diventando di proprietà di Agip Petroli, al simbolico prezzo di una lira. Lo stabilimento divenne un deposito carburante fino al 1993.
Fra il 2010 e il 2015 si avviarono diversi tentativi di accordo tra enti regionali, comunali e università per il ripristino del sito, con l’obiettivo di realizzare di un tecnopolo di ricerca, poi una cittadella nautica e, per concludere, alcuni insediamenti commerciali. Ma nulla fu portato a termine.
Progetti ed idee che rischiano definitivamente di andare in fumo a seguito della comunicazione dell’Eni del 27 marzo. La società ha dichiarato che intende demolire le torri per fare spazio a un parco fotovoltaico per la produzione di energie rinnovabili. Una comunicazione che ha subito dado il via a numerosi dibattiti. Da un lato chi ritiene utile l’abbattimento per problemi di sicurezza e recupero dell’aria e chi invece protesta, prendendo in considerazione l’importanza che hanno ormai assunto le due giganti per l’archeologia industriale della città.
Italia Nostra ha anche avanzato la possibilità che potrebbero essere già sotto tutela poiché avendo più di 70 anni, potrebbero già divenire un bene storico-culturale. Inoltre, essendo, come sembra, già dell’AdSP, il vincolo sussisterebbe in automatico, salvo diverso pronunciamento della Soprintendenza alla quale si sono già rivolti per chiedere un parere.
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