«Da quando, il 27 marzo scorso, il sindaco aveva sorprendentemente annunciato che si rende “necessario e non rimandabile” l’intervento di demolizione delle torri Hamon nell’ex Sarom, la Soprintendenza di Ravenna è sembrata assorta in un silenzio assordante. Non è stato esattamente così», commenta Alvaro Ancisi di Lista per Ravenna.
Già il 28 marzo, rispondendo alla sezione ravennate di Italia Nostra, la Soprintendente Federica Gonzato aveva scritto: “Stiamo apprendendo dai giornali quanto da voi comunicato. Questa Soprintendenza sta procedendo a ricerche d’archivio ed approfondimenti per raccogliere i dati necessari per le valutazioni del caso”.
Ora si scopre che già il giorno dopo la stessa Gonzato aveva scritto al sindaco: “[…] Nello spirito di collaborazione fra enti, questa Soprintendenza, ai fini delle valutazioni di competenza, chiede a codesto Comune di fornire dati aggiuntivi al fine di conoscere la data comprovante l’anno di esecuzione delle suddette torri Hamon”. «Questa data è infatti decisiva perché, se la zona ex Sarom è ancora dell’ENI (come sembra, anche se non è certificato), dunque di proprietà privata, ma le torri hanno 70 anni (o forse solo un po’ di meno), la Soprintendenza può pur sempre avviare la verifica del loro interesse culturale, fermando i lavori in attesa che la procedura abbia esito, non certo a breve termine», sottolinea Ancisi.
«Il silenzio assordante, stavolta del sindaco, ha fatto sì che, giunti rovinosamente quasi a fine gara, quattro associazioni italiane tra le più prestigiose in campo culturale, note anche in ambito internazionale, siano entrate in partita coi loro presidenti nazionali, aprendo i tempi supplementari. Si tratta della prof. Antonia Caroli, presidente di Italia Nostra (tutela del patrimonio storico, artistico e naturale), del prof. ing. Edoardo Currà, presidente dell’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale (AIPAI), del dott. Iacopo Ibello di “Save Industrial Heritage” e del dott. Francesco Tortori, presidente di “Spazi Indecisi”, associazioni entrambe con finalità di tutela del patrimonio industriale».
«La settimana scorsa – racconta Ancisi – hanno infatti trasmesso al sindaco una diffida, da un lato chiedendogli, come loro diritto, di ricevere copia dell’eventuale nota di risposta del Comune di Ravenna alla richiesta della Soprintendenza del 29 marzo, dall’altro notificandogli di non consentire la demolizione della torre Hamon posta più a nord-est, fino a che non avesse dato risposta alla Soprintendenza e questa non ne avesse compiuto la valutazione».
«In effetti, lo stabilimento ex Sarom fu inaugurato nel 1951 ed è documentato che nel 1957 la torre a nord est esistesse. La sua età può essere collocata tra i 67 e i 71 anni. È certo, tuttavia, che, su questa percorso giuridico, non più solo politico, l’intero dossier in gioco: “salvezza di una torre Hamon/progetto di parco fotovoltaico”, rischia di salire a piani più alti e lì bloccarsi».
«Di fronte a questa svolta, chiedo al Sindaco: ha dato risposta e quale alla richiesta di cui sopra della Soprintendenza? Se non l’ha data, come si giustifica? Qual è la data di nascita della torre Hamon posta al confine nord-est della zona ex Sarom? Secondo quali accertamenti? Infine, a chi giova (ENI e/o sindaco) chiudersi in una propria presunta fortezza autoritaria?»
«Mettere in sicurezza l’ultima torre Hamon ancora in piedi, semplicemente come memoria di un patrimonio industriale archeologico, non è infatti vietato; non contrasta con alcunché del progetto di parco fotovoltaico; e può avere un costo sopportabile da parte di ENI rispetto ai vantaggi monetari che gli derivano dalla vendita di quei terreni, altrimenti inservibili ai suoi scopi», conclude Ancisi.
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