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L’antico bosco planiziale di Classe

La città di Ravenna offre una ricca area boschiva che lambisce la costa adriatica, formatasi già a partire dal V secolo attraverso un processo pedologico dovuto al consolidamento di un fascio di dune intervallate, frutto di regressioni marine, e da bassure sulle quali è cresciuta una vegetazione spontanea, accanto ad un’intensa attività di piantumazione di pino domestico nel corso dei secoli. Tutto ciò ha portato alla formazione di boschi planiziali (circa 7000 ettari in origine) collocati ininterrottamente dal Po di Primaro al fiume Savio: le nostre antiche pinete.

Fra queste, si distingue la pineta di Classe con una superficie attuale di 910 ettari, situata a sud di Ravenna e disposta parallelamente alla costa come un grande rettangolo, ritagliato dall’abitato di Fosso Ghiaia e circondato da terreni bonificati, dediti all’agricoltura.

Il nome Classe è dovuto all’abbazia, fondata dai monaci benedettini nel luogo dell’antica basilica di San Apollinare in Classe. Gli stessi monaci ricevettero in enfiteusi l’area dall’arcivescovo Giovanni Traversari dal IX secolo fino al periodo napoleonico (1798-1816), periodo di incuria con l’abbattimento del pino domestico a scopo navale. Con la Restaurazione la pineta ritorna all’abbazia di Classe fino all’Unità d’Italia, quando nel 1873 il Comune di Ravenna ne acquisisce la proprietà, con vicende alterne di prelievo di legno per interessi economici, ingenti danni creati dalle gelate del 1879-80 e dalla subsidenza, insieme ai copiosi tagli operati durante gli eventi bellici del XX secolo.

La pineta nasce, inizialmente come associazione di latifoglie, ossia di piante autoctone quali farnia, roverella, carpino, igrofile come pioppo bianco, olmo, frassino per poi arricchirsi di conifere quali il pino domestico (pinus pinea) dalla caratteristica chioma ad ombrello, introdotto nel territorio da mercanti siriaci già in età preromana, non adatto a condizioni asfittiche del terreno e ristagni d’acqua, ma ad un clima più caldo e asciutto. Fu largamente usato in età romana per costruzioni di fortificazioni e per calafatare le imbarcazioni attraverso una sostanza da esso ricavato chiamata pegola.

Dal XIII secolo i monaci operarono frequenti piantumazioni a scopo commerciale per i pinoli destinati ad un ampio mercato, il legno da ardere e la resina per prodotti farmaceutici. Associato al pino domestico ma pungente, presente in minor quantità, è il pino marittimo a chioma piramidale, adatto a suoli con un discreto apporto di acqua, ma non ristagni d’acqua, introdotto più recentemente dalla fine del XIX secolo, di più rapida diffusione grazie all’azione del vento sul seme volatile, non edibile.

Altra specie arborea termofila molto diffusa è il leccio (quercus ilex), presente in origine nella pineta, che si caratterizza per le foglie di colore verde scuro e il frutto detto ghianda con peduncolo, molto sfruttato nel medioevo nell’allevamento dei suini, quando fu introdotto lo ius pascendi dai monaci di Classe.

Accanto agli alberi, la pineta di Classe è densamente popolata da arbusti colorati in primavera e autunno, quali il biancospino dalle drupe rossastre, il pungitopo all’ombra dei giganteschi pini con le sue false foglie appuntite, il ginepro di notevole altezza nella specie maschile con foglie aghiformi e nere bacche lucide usate per il loro effetto balsamico, l’igrofilo prugnolo con i suoi frutti molto gustosi e ricercati dai mammiferi, il comune e variopinto rovo con le sue succose more, il crespino le cui foglie ovali riunite in fascetti sono costituite da tre spine pungenti con bacche ricche di vitamina C e la frondosa felce maschio adatta ai terreni umidi.

Dal punto di vista faunistico gli abitanti della pineta per lo più legati alla vita notturna sono piccoli mammiferi come l’istrice con i suoi aculei bianchi e neri costituiti da peli specializzati scavando tane e la puzzola con la sua mascherina gialla tra gli occhi.

Fra gli esponenti dell’avifauna si possono citare il colombaccio o colombo selvatico di colore grigio striato, il lodolaio grande cacciatore in volo, la piccola tortora selvatica frugivora, il notturno assiolo dai grandi occhi gialli, che nidifica nei buchi degli alberi, e il picchio dalla livrea bianca e nera con macchie rosse sotto la nuca che dal becco appuntito che fora la corteccia degli alberi. Come grandi mammiferi per lo più crepuscolari si hanno il capriolo, già presente nel medioevo in competizione con l’esotico daino portato dall’uomo nel XX secolo, diffuso endemicamente con la zampa ungulata chiaramente visibile sul terreno, la silenziosa e scaltra volpe e molto recentemente è ritornato il lupo per l’ampliamento dell’areale delle sue prede verso la pianura, con un piccolo nucleo familiare, generato da una lupa di nome Ginevra che dalle Marche è giunta sin qui nel 2020.

La pineta di Classe, luogo misterioso e tenebroso nell’immaginario collettivo nonché di sostentamento per la comunità povera dei pinaroli, è stata oggetto di suggestioni letterarie, già a partire dal sommo poeta Dante Alighieri, che la descrisse negli ultimi canti del Purgatorio, nel suo incontro con Matelda nel Paradiso Terrestre, e poi il chierico Boccaccio ne fece scenario della sua novella su Nastagio degli Onesti, innamorato di una giovane donna della famiglia dei Traversari, che inizialmente lo respinse, ma davanti al macabro sortilegio di un nero cavaliere che trafiggeva la sua dama, acconsentì alle nozze.

Lo stesso Giovanni Pascoli mette in scena l’incontro fra Dante e Garibaldi in questo bosco. La tradizione romagnola poi racconta della Principessa Clarissa, figlia del re Odoacre che trova in pineta un fungo con dentro un folletto che, per la sua impudenza, la punisce con un incantesimo, rendendola piccola come lui terminando però in un lieto fine.

Considerata luogo di rifugio di briganti e contrabbandieri e legata a Lord Byron che ne è stato protagonista indiscusso nel suo soggiorno ravennate fra il 1819-21, oggi la pineta di Classe è meta di svago o attività sportiva, senza dimenticare che rappresenta un fragile ecosistema da proteggere e tutelare.

MANUELA GUERRA

La sua formazione archeologica acquisita con gli studi universitari le ha permesso di cogliere l’arte nelle sue molteplici forme come creazione unica dello spirito umano. Nel 2005 ha conseguito l’abilitazione come guida turistica per la città di Ravenna. Con il conseguimento dell’abilitazione linguistica alla lingua spagnola nel 2009 ha organizzato tour per gruppi in lingua spagnola; altresì ha realizzato visite guidate legate a varie tematiche inerenti esposizioni temporanee di opere appartenenti a differenti generi artistici del territorio regionale. Recentemente il suo interesse per l’ambiente naturale, ecosistema ricco di biodiversità, le ha permesso di svolgere ricerche nel seguente ambito e l’ha portata a diventare nel 2022 guida ambientale-escursionistica regionale AIGAE.

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