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Klimt a Ravenna: folgorato dalle immagini femminili dei mosaici

corteo teodora

Ravenna, città morta nella definizione di Gabriele D’Annunzio, è stata motivo di ispirazione per la cultura mitteleuropea del Novecento evocando in particolare con il suo oro bizantino la prospettiva di non colore che supera la prospettiva non solo cromatica ma anche morfoplastica delle figure.

Il periodo d’oro di Gustav Klimt inizia nel 1901 con la prima “Giuditta”, prototipo di donna-gioiello, e dura poco meno di un decennio culminando con il ritratto di “Adele Bloch Bauer I”. Dopo il primo viaggio a Venezia nel 1899, in occasione della “Biennale Internazionale d’Arte, l’autore definisce il suo stile ma sarà solo dopo i due viaggi a Ravenna nel 1903 che approfondirà la luminosità e la liquescenza dell’oro bizantino. Sono le parole di Klimt in una cartolina postale scritta alla madre in cui Ravenna, avvolta nelle nebbie, viene descritta come modesta e modeste le sue opere a eccezione dello splendore dei mosaici. Appare all’immaginazione di Klimt come uno scrigno che racchiude un tesoro ineffabile dove la forma si dissolve nella preziosità della luce.

Già nel 1901 “Giuditta I” si staglia su uno sfondo d’oro, stilizzazione di un fregio assiro a Ninive, come fosse un’aureola diffusa attorno a una chioma corvina ma solo con “Adele”, la figura femminile rimane incastonata come una pietra preziosa. Senza entrare in un’analisi dettagliata del periodo d’oro tanto studiato e commentato, val la pena ripercorre il viaggio di Klimt a Ravenna e le illuminazioni folgoranti davanti alle tante immagini femminili dei nostri mosaici. Avrà visitato in una Ravenna illuminata da un pallido sole di dicembre i nostri monumenti tardo antichi, avrà posato gli occhi sulle Vergini di Sant’Apollinare Nuovo e ne avrà colto l’enigmaticità di una presenza silenziosa ma preziosa. La sinuosità femminile di cui Klimt era invaghito veniva intravista nelle movenze collettive del corteo con i drappeggi delle tuniche , dei veli e dei  bracciali gemmati ai polsi che tanto ricordano il collare di “Giuditta I”.

Le forme imprigionate nell’oro, la dissoluzione della corporeità e le diafane presenze delle immagini bizantine diventano il punto di osservazione e di elaborazione del capolavoroIl bacio” dove i due giovani sono posizionati in un luogo astratto il cui unico tratto riconducibile a un paesaggio è un prato erboso e fiorito analogamente al suolo erboso su cui incedono le sacrosante Vergini.

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L’oro bizantino che accompagna le epifanie e ci proietta in una dimensione cosmica nel superamento della dimensione contingente viene reinterpretato da Klimt in una dimensione di dematerializzazione delle forme alla ricerca di una preziosità immanente: forme allungate come crisalidi avvolte in un bozzolo dorato, gioielli fragili e incantati sottratti al tempo come in  una sorta di vuoto. Klimt sente il richiamo di un Oriente immaginato, raccontato e Ravenna con il suo retaggio bizantino, similmente a Venezia, suscita nel pittore viennese nuove sensazioni, spunti per impreziosire l’immagine femminile che è al centro della sua poetica. La rotondità appartiene al femminile, a un’idea di Oriente, di abbraccio voluttuoso come i nostri campanili rotondi, ad una compiutezza e perfezione a cui l’uomo anela.  Nel suo capolavoro “Il Bacio”, le spirali vanno dal femminile al maschile, una sorta di conquista, di attrazione fatale nonostante l’uomo sembri soggiogare la giovane donna.

Certo gli occhi di Klimt furono attratti in modo particolarmente intenso dalla immagine seducenti dell’imperatrice Teodora incastonata nell’oro nella basilica di San Vitale, una immagine dissolta nella propria ieraticità come la bellissima Adele Bloch Bauer che rievoca raffigurazioni religiose antiche per la quasi completa mancanza di profondità spaziale ad eccezione del volto e delle mani.

Analogamente il mosaico di Teodora, una donna-gioiello viene occultata nella sua dimensione imperiale con la porpora, la corona gemmata e le perle che impreziosiscono il mezzo busto della augusta, ma emerge in modo prorompente il volto e le mani che offrono la coppa dell’offerta eucaristica. Particolarmente inquietanti gli occhi aperti ombreggiati da sottili sopracciglia con uno sguardo fisso sull’osservatore come la femme fatale Adele il cui stesso corpo dissolto nell’oro presenta una miriade di occhi aperti quasi a focalizzare la forza penetrante e il mistero dell’universo femminino nello sguardo. Interessante la geometricità delle forme che ripropongono le volute e le spirali come ben si apprezza nell’opera “Il Bacio” ma diviene evidente e insistente il triangolo e anche forme quadrangolari come tessere di mosaico all’altezza della scollatura e rettangoli colorati neri e viola lungo ma al di fuori della linea della silhouette. Anche nel mosaico di Teodora le gemme presentano un’alternanza di forme ovoidali e rettangolari: geometrizzazione della realtà e dissoluzione materica nell’oro.

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Altro elemento significativo che accomuna le due figure femminile ma che diviene un leit-motive nella pittura di Klimt è la presenza del verde nello sfondo in basso che inAdele” richiama lo sfondo e il basamento verde del mosaico bizantino che riproduce una scena del Palazzo costantinopolitano: un chiaro tributo di Klimt ai tappeti erbosi che smaltano i nostri mosaici ravennati.

In conclusione non si può tralasciare una testimonianza preziosa del pittore viennese soprattutto nella sua dimensione umana e spirituale: sempre nella lettera alla madre a cui era legatissimo (la sua dimensione familiare ricorda il “nido pascoliano”), descrivendo la basilica di San Vitale, si sofferma sul “labirinto raffigurato sul pavimento di fronte all’altare”. Lo definisce “un percorso di purificazione” che alleggerisce lo spirito nel percorrerlo e che conduce “al centro del tempio”.

Si deve immaginare Klimt nella sua ricerca esistenziale al tramonto dei grandi imperi europei, a un decennio dallo scoppio della “grande guerra”, a un cambiamento epocale che avrebbe portato l’Europa dalla stagione della Belle Époque alle brutture della guerra, al revanchismo del Mittel Europa e all’ascesa dei totalitarismi. Ravenna restituiva agli occhi dell’artista la grandezza del passato e la miseria del presente, gli splendori dell’oro bizantino e il grigiore del presente, un grande impero tramontato e le ceneri della modernità, la vaghezza di un Oriente riflesso nei mosaici e la quotidianità prosaica e soprattutto un passato dominato da grandi donne, Galla Placidia e Teodora che avevano preso su di sé il fascino della decadenza, del declino nel contrasto caro al pittore fra “eros” e “thanatos”.

San Vitale diviene ispirazione del mistero della complicità fra essenzialità e preziosità, il cammino teso alla centralità dell’essere nel suo rapporto col divino, come ben indica il “labirinto” e al contempo la risoluzione del materico nel gioiello, l’alchimia delle forme nella perfezione come Klimt aveva visto fare nel laboratorio del padre orafo nella sua fanciullezza.

MARIA GRAZIA LENZI

Diplomatasi nel 1978 al Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, si è laureata in Lingua e Letteratura Latina presso l’Ateneo bolognese nel 1985. Laureatasi anche in Lingue Moderne e Conservazione dei Beni culturali, oltre a inglese, francese e spagnolo, ha approfondito l’arabo con il corso triennale presso l’IsiAO, conseguendo il diploma nel 2009. Quasi contemporaneamente si è dedicata ad un corso di perfezionamento sull’organizzazione della città storica, del territorio e dei loro modelli di rappresentazione presso la Scuola Superiore di Bologna.

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