Lo dimostrano le Torri Hamon: l’archeologia industriale è un tema che sta a cuore ai cittadini ravennati. In molti sono pronti a battersi per tutelare la storia e il ricordo di un’epoca che in città ha lasciato solo ruderi abbandonati, in attesa di una nuova vita. Fra questi spicca il famoso Sigarone.
Lo stesso sindaco de Pascale lo ha citato nella sua lettera aperta ai cittadini. Una sfida dalla lunga storia che attende placido il suo recupero tra via Trieste e via Maramotti. Il Sigarone trae il nome dalla sua particolare forma allungata. Nato fra il 1956 e il 1957 come magazzino S.I.R. ovvero della Società Interconsorziale Romagnola, veniva utilizzato per lo stoccaggio di vari materiali.
La firma sopra il famoso fabbricato è dell’ingegnere ferrarese Elio Segala, su modello dello schema dell’arco parabolico sviluppato da Pier Luigi Nervi negli anni Trenta. Infatti, l’edificio, presenta una struttura allungata di 30 per 175 metri, caratterizzata da 34 archi parabolici, legati da un solaio in laterocemento con, nella zona di chiave, un nastro trasportatore. Nel lato esterno l’edificio presenta una lunga tettoia interrotta da quattro torrette, mentre il fronte sud doveva essere coperto da un torrione edilizio di cinque piani.
Per lo stoccaggio di materiali nell’edificio si utilizzava il sistema a “caduta”: i materiali entravano nella struttura attraverso il nastro trasbordatore, che li scaricava con caduta dall’alto all’interno. Successivamente i materiali venivano raccolti e tramite appositi macchinari all’insacco incanalati nelle quattro torrette. Il torrione, demolito negli anni Novanta, doveva invece servire per la lavorazione del solfato ammoniaco.
Questo sistema era tipico dell’industria chimica, che produce sostanze in polvere, lasciate cadere dall’alto e stoccate in cumuli: la copertura parabolica si adatta alla disposizione dei cumuli, assecondandone il profilo conico e riducendone così le spinte sulle strutture portanti.
La S.I.R. muore negli anni Ottanta. Con la sua chiusura, il Sigarone passa nelle mani della Immobiliare Platani e viene utilizzato come luogo di deposito di materiale edile, per chiudere definitivamente qualche decennio dopo.
Nel 2010 torna alla ribalta per l’ipotesi della realizzazione di un centro commerciale nell’area. I cittadini hanno fatto sentire la loro voce e, grazie alla creazione di un apposito comitato per la sua salvaguardia, l’immobile entra nelle attenzioni della Soprintendenza che, a fine 2012, lo riconosce d’interesse culturale e lo sottopone a vincolo.
Da quel momento lo storico edificio non ha avuto pace. Tante le proposte di recupero e valorizzazione che non hanno mai visto effettivamente la luce, approdando nel nulla. Così, il solitario magazzino attende un verdetto. Nel frattempo sulla struttura si abbatte, senza esclusione di colpi, il tempo, incrementando il suo deterioramento e i costi per il suo recupero.
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