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Romagna Acque, siccità: a Ravenna la situazione più critica. Tra i consigli, evitare eccessivi lavaggi di auto

Nella serata di martedì 21 giugno, la Regione Emilia-Romagna ha ufficialmente decretato lo stato di crisi regionale per le conseguenze della siccità prolungata, indicando come imminente da parte del presidente Bonaccini la richiesta dello stato di emergenza nazionale per assistere la popolazione e gli interventi urgenti.

Il ravennate è  la zona in prospettiva più critica. Buona parte della risorsa utilizzata durante l’estate in quel territorio proviene infatti dai due potabilizzatori situati nei pressi della città, il NIP1 delle Bassette e il recente NIP2 della Standiana. Quest’ultimo, in particolare, riceve acqua dal Po tramite il CER, Canale Emilia-Romagnolo: il cui utilizzo primario riguarda però l’agricoltura. Proprio la situazione siccitosa del Po (ben evidenziata dalla cabina di regia regionale) rischia di portare, nei prossimi giorni, ad una sostanziale chiusura dell’impianto ferrarese del Palantone, che fornisce l’acqua dal Po al CER: in quel caso, anche l’impianto della Standiana non riceverebbe più acqua.
In considerazione della probabile emanazione dello stato di emergenza idrica regionale, si confida che si possa continuare a prelevare in sicurezza la risorsa necessaria dal CER – attraverso il Po – per alimentare i due principali impianti di potabilizzazione dell’area ravennate; in caso contrario, sarà necessario riequilibrare diversamente le fonti di approvvigionamento del territorio ravennate.

Mentre segue con attenzione quotidiana l’evolversi della situazione, dunque, Romagna Acque si associa alla Regione nell’esortare la cittadinanza a non sprecare acqua, utilizzandola solo per esigenze necessarie (evitando, ad esempio, eccessivi lavaggi di auto).

«D’altro canto – sottolinea il presidente, Tonino Bernabè – questa ennesima estate siccitosa ci conferma da un lato la validità della scelta strategica fatta alcuni anni fa, quando decidemmo di realizzare il nuovo impianto della Standiana e di favorire una ulteriore integrazione fra le diverse fonti idropotabili, anche al fine di ridurre progressivamente il consumo da falda. Dall’altro lato, ci pare che l’ipotesi di aumentare la captazione di 15-20 milioni di metri cubi annui grazie a un nuovo invaso in Appennino che possa contenere questi volumi, con appositi studi già più volte presentati e discussi anche in ambito regionale, sia sempre più contingente e corroborata dagli eventi atmosferici in questa situazione ormai condizionata da evidenti cambiamenti climatici. La scelta di realizzare nuovi invasi – in sintonia con il documento firmato dai principali sindaci romagnoli alcune settimane fa a Rimini – potrebbe essere la soluzione più idonea e urgente per fare fronte ai fabbisogni, tenuto anche conto di come stanno cambiando i regimi idrologici dei nostri territori, con poche piogge e sempre più concentrate in periodi limitati. E la logica della differenziazione e dell’integrazione delle fonti rimane la risposta più adatta, anche per il futuro».

Come è stato esplicitato dalle comunicazioni a livello regionale, l’aspetto più critico riguarda l’utilizzo della risorsa per uso irriguo agricolo; si è sottolineato viceversa che la situazione, pur complessa, al momento non è a livello tale da mettere in discussione l’approvvigionamento idropotabile.

Al riguardo, Romagna Acque conferma che anche nelle tre province romagnole la situazione della risorsa idropotabile non è critica, per quanto esistano zone che in prospettiva potrebbero registrare sofferenze.

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