Paolo Casadio, l’amore per la scrittura si intreccia con quello per la storia

Le ricerche storiche sono il pane quotidiano dell’autore che offre a tutti i suoi lettori uno spaccato della Romagna e dell’Italia a metà del secolo scorso.

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Un tuffo fra testi storici, vecchi giornali e documenti d’archivio attraverso le parole romanzate di Paolo Casadio. Lo scrittore ravennate, grazie alla sua costante ricerca e alla sua sensibilità, offre uno spaccato dell’Italia e più in particolare della Romagna popolare durante la seconda guerra mondiale e della successiva liberazione, dedicandosi a un filone che è quello del romanzo di ambientazione storica novecentesca. Il suo amore per la scrittura si intreccia con quello per la storia. «Questo perché vedo una grande necessità di testimoniare la storia. Chi non ha memoria, non ha futuro», ama ripetere.

Dopo aver svolto a lungo la professione di geometra, debutta nel mondo della letteratura a 57 anni. Ma non che la naturale conseguenza di una passione che coltivava da sempre. Quello per la storia, invece, non è stato un colpo di fulmine. «A scuola non riuscivo a studiarla – ricorda –, non capivo le connessioni, tutto mi sembrava troppo nozionistico. Mi ha coinvolto da adulto grazie alle mie ricerche personali. La storia è una grande maestra e ha determinato la realtà odierna. Peccato però che non trovi allievi perché l’uomo tende a ripetere gli errori»

Paolo Casadio, l’infanzia in Romagna e la scoperta del dialetto

Paolo Casadio nasce a Ravenna nel 1955, da una famiglia che, come dice lui stesso «non insegnava il dialetto». Fin dall’infanzia i nonni lo hanno accompagnato nella crescita con storie del loro passato e del periodo della guerra, alcune vissute in prima persona. Da queste narrazioni Paolo resta affascinato. Oggi vive a Gòdo con la moglie, mentre il figlio ha già lasciato il nido, emigrando in Francia.

Durante la crescita si affeziona sempre di più ai termini dialettali e si pone domande sulla storia della sua amata Romagna. Cerca risposte in documenti d’archivio e giornali d’epoca. Grazie a questo lavoro, Casadio, riscopre incredibili gesta di uomini e donne che, con coraggio, hanno salvato vite e hanno combattuto per il Paese e per i suoi abitanti. Nei suoi romanzi dà voce a questi personaggi e alle storie sconosciute che meritano di essere narrate.

Dall’esordio con “Alan Sagrot” al grande successo del primo romanzo “La quarta estate”

La prima storia nata dai documenti raccolti da Paolo Casadio è “Alan Sagrot” (Il Maestrale, 2012) scritto a quattro mani con Luca Ciarabelli. Un mistero ambientato a Ravenna nei primi anni Cinquanta. Uno straniero arriva in città con una strana macchina da scrivere, messa a punto in tempo di guerra dalle forze alleate per decifrare i messaggi in codice delle macchine “enigma” tedesche. In un momento di convivialità lo straniero dimentica il congegno a casa del signor Benazzi che, accompagnato dall’amico bibliotecario, inizia a indagare sull’oggetto e il suo proprietario, addentrandosi in una storia ricca di sorprese.

Tre anni dopo, nel 2015, esce il suo primo romanzo come autore singolo: “La quarta estate” (Piemme, 2015). Il titolo è tratto dal periodo d’ambientazione, la quarta estate di guerra del 1943, nel sanatorio per orfani affetti da scrofolosi di Marina di Ravenna. La protagonista è una dottoressa, Andrea Zanardelli, vittima del pregiudizio per essere una donna medico in un mondo a prevalenza maschile. Una storia ambientata in un periodo difficile per il paese, che alterna agli avvenimenti quotidiani i cambiamenti che influenzeranno la vita di Casadio e anche della nazione.

«L’ho ambientato a Marina di Ravenna perché è la località in cui ho più ricordi d’infanzia – racconta –. Il titolo, “La quarta estate”, è per l’appunto la quarta estate della guerra, in cui tutti si aspettavano la fine, una disfatta di Caporetto. Per documentarmi, mi sono ‘chiuso’ alla biblioteca Classense, dove ho letto le cronache di quegli anni del Resto del Carlino. Vere sono le storie di un bambino che è morto nel Candiano e anche la richiesta del vescovo di allora di pregare affinché piovesse in un periodo di grave siccità».

Con questo libro viene in pratica ‘sommerso’ di premi e riconoscimenti come il “Ravenna e le sue pagine 2015”, il premio “Il Delfino-Marina di Pisa 2015”, premio letterario internazionale “Montefiore 2015”, premio speciale opera prima “Cinque Terre-Golfo dei Poeti 2016”, premio della giuria al concorso internazionale “Città di Pontremoli 2016”, premio speciale “Cattolica 2016”, premio letterario “Massarosa” per opera prima, Contropremio “Carver” 2017, premio “Francesco Serantini” 2017.

Con “Il bambino del treno”, sbarca in America Latina e in Europa

Da questo momento la sua popolarità è in costante crescita. Il suo secondo romanzo infatti, “Il bambino del treno” (Piemme, 2018), vende i diritti di traduzione anche in Spagna, America Latina e Germania, oltre a ricevere ben undici premi letterari fra cui il “Palmastoria” del Friuli con in giuria Claudio Magris, il “Raffaele Crovi” per la letteratura d’Appennino, il “Cava de’ Tirreni”, il “Zeno” con in giuria Giuseppe Colicchia. Il romanzo racconta la storia del casellante Giovanni Tini, della moglie Lucia e del figlio Romeo, che trascorrono la loro vita pacificamente alla stazione di Fornello, luogo completamente isolato e dimenticato dal mondo. Una sera del 1943 tutto cambia, e a Fornello arriva un convoglio carico di uomini, donne, bambini, ed è diretto in Germania. Un duro scontro con la realtà che lascerà il segno nella famiglia Tini.

«L’idea del libro – spiega Casadio – risale a molti anni fa quando, camminando nel nostro Appennino, sono rimasto colpito dal pensiero di poter raccontare le storie di comunità dimenticate. Ma mi sono deciso a scriverlo solo dopo che, più di recente, mi ero imbattuto nella storia di Marcello Peranizzi, nato a Fornello nel 1949 e che ho avuto modo di conoscere. La sua storia così carica di nostalgia, mi ha ispirato»

In “Fiordicotone”, l’omaggio a don Francesco Fuschini e a Francesco Serantini

Nel suo terzo e ultimo lavoro, “Fiordicotone” (Manni, 2022), torna nuovamente indietro nel tempo, alla fine della seconda guerra mondiale, nel giugno del 1945 per l’esattezza. Alma, ebrea di Lugo di Romagna, torna da Auschwitz. Della sua famiglia è l’unica sopravvissuta, salvata dalla morte per la sua bellezza ma che la condannerà alla vergogna. L’obiettivo di Alma è ritrovare la figlia Velia, una bimba di cinque anni detta Fiordicotone, nascosta da uno sconosciuto al momento dell’arresto. Ad accompagnare la giovane donna in questa impresa un parroco e un maresciallo. Una ricerca ambientata in un Paese devastato dalla guerra. Uno spaccato dell’Italia subito dopo la liberazione fanno da sfondo al viaggio di ritorno degli Italiani che hanno subito la deportazione e alla ricerca della propria famiglia.

«In quest’ultimo libro – racconta Casadio –, attraverso le figure di un parroco lughese e di un truffatore, ho voluto rendere omaggio a don Francesco Fuschini, lo scrittore più amato di Romagna, e a Francesco Serantini, a cui si deve la storia di Stefano Pelloni, il Passatore»

I social

Paolo Casadio e il suo fiume di pensieri trovano posto nel suo profilo Facebook dove non solo parla dei suoi testi e degli eventi di presentazione ma anche di tematiche a lui care e di collaborazioni e confronti con altri scrittori ravennati e non solo.

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