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Nicola Piovani a “RavennaInOnda”: «La musica nel cinema è elasticità e artigianato»

Nicola Piovani

A incantare il pubblico di Ravenna ieri è stato il premio Oscar Nicola Piovani, pianista, direttore d’orchestra, compositore pluripremiato, ospite sul palco del Teatro Alighieri, in occasione di “RavennaInOnda”, la festa di Rai Radio 3. «Mi sono sempre appassionato a quel tipo di teatro che coniuga la parola e la musica contemporaneamente – spiega in apertura –. Quando ho iniziato io a lavorare c’erano molti steccati netti fra i generi musicali e teatrali: da una parte il teatro lirico e dall’altra il teatro musicale di rivista considerato leggero, che derivava dall’operetta. A me è sempre interessato indagare in un ambito teatrale dove parola e musica coesistono e sperimentano nuove alchimie per vedere se funzionano».

 

A intervistarlo sul palco il musicologo Riccardo Giagni che gli ha poi chiesto di parlare del suo unico libro, “La musica è pericolosa” (2014), il cui titolo è ispirato alle parole del regista Federico Fellini con cui Piovani ha lavorato dieci anni, musicando i suoi ultimi tre film. Perché la musica è pericolosa? «La frase è ovviamente provocatoria e metaforica – racconta Piovani – e si riferisce alla pericolosità gioiosa che c’è nell’incontro con la bellezza, quando è un incontro profondo, non consumistico, non superficiale: la bellezza di una musica, di una poesia, di un’opera d’arte, persino di un film. Un’emozione che ti cambia. Ricordo ancora per esempio quando ho scoperto Prokofiev, non ci dormivo la notte, come quando ci si innamora. Ed è il tipo di emozione per cui vale la pena vivere. Ovviamente le emozioni forti ci espongono anche al pericolo di cadere, ma che vita sarebbe senza?».

 

 

Piovani ricorda poi che Fellini era terrorizzato dalla musica in quanto “lingua che lo turbava, lo emozionava, senza raccontare nulla”. In fondo, bastano due note per portare da un’altra parte e il teatro è il luogo magico in cui le parole, le note e il movimento si incontrano. Il premio Oscar spiega poi quali attitudini servono per fare musica per la fabbrica del cinema. «Serve anzitutto, saper fare musica come per qualsiasi altro lavoro. Poi saper entrare dentro una poetica, un racconto che non è tuo. Mi è capitato di lavorare in contemporanea a “Intervista” di Fellini e a “Good Morning Babilonia” di Paolo e Vittorio Taviani, due film ambientati alle origini del cinema con due storie molto simili. L’argomento era lo stesso ma la poetica era completamente diversa, faceva due viaggi molto distanti. E io ho cercato di tradurre in musica il mondo di Fellini e quello dei Taviani. Per fare cinema, dunque, servono elasticità e artigianato, altrimenti non si arriva in fondo… Poi bisogna essere veloci perché si scrive in poco tempo, è una musica ‘cotta e mangiata’. Lavorando nel cinema, può capitare di tutto anche di lavorare a una finta opera dell’Ottocento, “La cintura di Venere”, come per il film “Il marchese del grillo” di Mario Monicelli con Alberto Sordi».

 

 

Restando su Fellini, Giagni orienta poi la conversazioni su “La voce della luna”… «Tanti produttori venivano a trovare Fellini – ricorda Piovani – e gli proponevano tutti ‘fellinismi’ e lui diceva: “Sì, sono belli ma li ho già fatti”. Lui era un uomo pieno di stimoli, incapace di ‘sedersi’. Ogni giorno sul set cambiava tutto, sapevo solo che ci voleva il tema dell’oboista perché c’era una scena con un oboista che voleva seppellire la musica, ‘bugiarda’, promette e non mantiene. Quando Fellini ha sentito per la prima volta la mia musica, mi disse che il pezzo andava benissimo ma non si immaginava l’oboe così. Cominciò a disegnare qualcosa e capii che in realtà si immaginava un

fagotto. Quando gli proposi di cambiare tutto, mi sorprese dicendo: “Ma no, se il cielo ci ha mandato l’oboe…”».

 

 

In ultimo, Piovani svela le sue radici più profonde, quelle che più lo hanno avvicinato e formato musicalmente parlando. «In casa mia non c’era musica, se non una fonovaligia. Quando avevo 12 anni, un giorno arrivò una zia molto ricca e colta che mi regalò tre dischi perché sapeva che studiavo musica: le variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould, due sonate di Beethoven eseguite da Backhaus e le opere 110 e 111 suonate da Salomon. Per due anni ho continuato a sentirli finché non li ho consumati, per me era un mondo marziano. Fino ad allora, al massimo avevo sentito in radio Claudio Villa o Nilla Pizzi. Quella era la musica: più la ascoltavo e più mi dava qualcosa. Quel regalo mi ha folgorato».

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