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Gianluca Dradi, preside del liceo artistico di Ravenna: «Credo in una scuola moderna e aperta che favorisca la crescita dei ragazzi»

Dradi

Gianluca Dradi, avvocato conosciuto a Ravenna anche per essere stato assessore comunale dal 2006 al 2011, oggi dirigente scolastico del liceo artistico Nervi-Severini, da anni si batte per lo sviluppo di una scuola moderna e aperta che favorisca la crescita degli studenti dal punto di vista scolastico ma soprattutto civile e sociale. Per nove anni, fino al giugno 2021, è stato preside del liceo scientifico Oriani che ha contribuito fortemente a rilanciare. Era così apprezzato e amato che il personale scolastico e i rappresentanti d’istituto hanno anche promosso una petizione per chiederne la riconferma. Alla fine, però, ha prevalso la legge, o meglio la norma che prevede trasferimenti periodici per quando riguarda gli incarichi dirigenziali per prevenire forme di corruzione. Al liceo artistico ha trovato comunque modo di portare avanti il suo pensiero, come dimostrato dalla recente proposta di inserimento della Carriera Alias a scuola, una scelta coraggiosa e all’avanguardia per favorire la libertà d’espressione dei propri studenti. La proposta, nata da un’idea comune del dirigente scolastico e della presidente del consiglio di istituto, sarà votata in consiglio domani, lunedì 30 maggio. 

Dradi, cosa l’ha spinta a prendere questa scelta per la sua scuola e com’è stata accolta questa novità dalla comunità scolastica? 

«L’idea nasce dalla costatazione che nella scuola ci sono alcuni studenti che sperimentano e vivono un’esperienza di varianza di genere e si trovano ad affrontare problemi di identità di genere, che vogliono esprimere e manifestare esternamente la loro personalità in fase di transizione. Siccome nell’adolescenza questi passaggi sono abbastanza delicati, in un dialogo fra scuola e famiglia, abbiamo pensato che similmente ad altre esperienze nazionali potesse essere utile riconoscere questa condizione e consentire a chi lo chiede di essere chiamato con il nome che preferisce, corrispondente al genere sessuale in cui si riconosce».  

Cosa è per lei una scuola moderna? 

«Penso a un modello di scuola che non sia adattativo, ovvero a una scuola in grado di preparare i giovani alle competenze necessarie per il mondo del lavoro che arriverà fra 5/10 anni, quindi che si adatti al futuro che viene ipotizzato per loro. Credo di più a un modello di scuola trasformativo cioè una scuola nella quale si insegna quel pensiero aperto, flessibile, critico, problematico che consente di indirizzare il futuro, non di subirlo, che offre agli studenti gli strumenti per costruirsi la capacità di gestire il loro futuro e in un certo senso di trasformarlo. In questa logica anche la pratica delle molteplicità dei linguaggi, dei punti di vista, delle soluzioni e, in un certo senso, dei generi, può essere uno stimolo a costruire questo tipo di pensiero, ma anche a valorizzare le differenze e lo scambio». 

Come si presenta la scuola dopo la pandemia? 

«L’esperienza è ancora molto fresca e incerta. A scuola viviamo con le regole previste dalla legge, che prevedono l’uso delle mascherine e il divieto degli assembramenti. Siamo nel guado di uscita dalla pandemia si spera, ma non ancora completamente fuori».  

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Come hanno affrontato questo periodo i ragazzi? 

«Certamente questi due anni sono stati difficili per gli adolescenti, che hanno visto venir meno la socialità, l’esperienza di comunità e quindi le competenze di cittadinanza, che non si imparano sui libri, ma vivendo in mezzo agli altri. Il fatto di aver sperimentato per molti mesi la didattica a distanza, cosa inevitabile, certamente ha creato un problema alla formazione di questa competenza di cittadinanza e di stare insieme. Speriamo davvero il prossimo anno di poterci lasciare alle spalle la pandemia». 

A breve si svolgerà la maturità 2022: cosa ci sarà di diverso rispetto agli ultimi anni? 

«Anche l’esame di maturità di quest’anno rappresenta la situazione intermedia che si sta affrontando e, quindi sarà una via di mezzo tra quello previsto dalla legge nel periodo precedente al 2020 e quello conosciuto durante la pandemia. In passato, come in tanti ricorderanno, era prevista una commissione metà interna e metà esterna, e una prevalenza di punteggio derivante dall’esame di 60 punti e 40 punti per il percorso scolastico, con entrambe le prove scritte ministeriali. Durante la pandemia, invece, la maturità è stata solo ora e con commissione interna. Quest’anno avremo una via di mezzo: l’esame avrà sempre una commissione interna, ma sono stati ripristinati i due scritti che però saranno formulati dalla scuola e il punteggio sarà per il 50% legato all’esame e per il restante 50% ai crediti scolastici. Una via di mezzo che esprime appunto la situazione che viviamo. Un avvicinamento alla normalità».  

Come è stata accolta questa nuova modalità? 

«Molti studenti in Italia hanno protestato perché non si sentono preparati per svolgere gli esami scritti. Per quanto mi riguarda, credo che la sfida di avvicinarsi alla normalità valga la pena di essere percorsa. Bisogna rassicurare gli studenti, la commissione è composta dai loro professori, e le stesse prove saranno formulate dai loro docenti, ma è un passaggio importante per riguardare il mondo con la prospettiva di rincominciare a vivere normalmente. Vedo positivamente questa nuova modalità d’esame a mezzo fra il passato e il futuro».