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Gianluca Costantini, fumettista e attivista internazionale per i diritti umani: «Con i miei disegni do voce a chi è privato della libertà»

Gianluca Costantini è un fumettista ravennate. Negli ultimi quindici anni si è dedicato al racconto di storie provenienti dal mondo, dando voce soprattutto a persone private della libertà. È un attivista per i diritti umani, i suoi disegni sono divenuti iconici dando voce a situazioni che hanno bisogno di essere messe al centro dell’attenzione affinché non siano dimenticate. Uno dei casi più noti è sicuramente quello del disegno di Patrick Zaki, diventato un’icona non solo del processo allo studente dell’Università di Bologna ma anche di tanti casi simili. L’immagine che raffigura Patrick avvolto da un filo spinato accompagnata dalla dicitura Freedom for Patrick Zaki è stata donata dall’autore alle collezioni del MAMbo di Bologna.

Costantini, di recente, hai disegnato il programma del “Ravenna Festival 2022”. Com’è stato rappresentare un viaggio tra i personaggi che hanno avuto un ruolo importante nella cultura non solo italiana ma internazionale?

«Il tema principale del festival gravita attorno alla figura di Pier Paolo Pasolini e, oltre al ritratto più fotografico messo in copertina, mi è stata chiesta una galleria simile al mio libro Le cicatrici tra i miei denti, antologia e ritratti di poesia in lotta, uscito nel 2016. I poeti sono sempre stati una parte fondamentale del mio lavoro sia per la poesia ma anche per la fascinazione delle loro vite. Insieme all’organizzazione del festival abbiamo scelto quelli che potevano essere più vicini a Pasolini. Disegnare i loro volti è sempre affascinante, dietro ognuno di loro, c’è una vita meravigliosa a volte molto tragica».

Quando hai capito che il fumetto è il miglior mezzo per esprimere le tue opinioni?

«È un’esigenza nata molto lentamente, negli anni. Sicuramente essere stato a Sarajevo nel 2001, appena dopo la fine della guerra dei Balcani, mi ha dato una scossa emotiva molto forte. Ero stato inviato dal Comune di Bologna attraverso l’ufficio dei giovani artisti, non ero mai stato in una zona di guerra e vedere quella città completamente martoriata è stato un primo tarlo nel mio cervello. In quegli anni ho conosciuto di persona anche vari disegnatori che stavano raccontando la realtà con il fumetto: Aleksandar Zograf, Joe Sacco e Marjane Satrapi che mi hanno dato una via da seguire».

Qual è stato invece il momento della svolta nel tuo lavoro?

«Il 2004 è l’anno in cui ho abbandonato tutto quello che avevo fatto per oltre un decennio, per dedicarmi a un nuovo disegno e a ciò che succedeva nel mondo. Ho incominciato a raccontare il Medio Oriente e le manifestazioni delle Primavere arabe per poi, piano piano, concentrarmi sulle persone a cui veniva tolta la libertà. Nei primi anni è stata una ricerca personale soprattutto su Twitter, che considero il mio tavolo da lavoro. In poco tempo gli account che seguivano il mio profilo sono aumentati notevolmente, erano tutte persone interessate agli argomenti che disegnavo: giornalisti, familiari, attivisti e organizzazioni».

Anche loro hanno iniziato a chiederti rappresentazioni dei casi in cui erano coinvolti?

«Sì. Ora mi arrivano richieste quotidiane che faccio fatica a seguire, ma cerco di non deludere nessuno. In questo momento sto cercando di aiutare soprattutto gli attivisti bielorussi, egiziani e turchi».

Arrivando all’attualità, cosa ti ha spinto a creare una graphic novel sui giornalisti inviati in Ucraina e morti durante il conflitto?

«Dedico sempre molto tempo alle morti dei giornalisti durante i conflitti perché voglio imprimere questi volti, dare loro dignità, più di quanta già ne avessero nelle foto dei tesserini. Loro sono i nostri occhi in questi momenti difficili, vanno protetti almeno nella loro memoria. Più che una graphic novel, mi piace semplicemente definirla una galleria di visi. Ho realizzato molti lavori sul conflitto in Ucraina, come alcuni brevi fumetti usciti su l’Espresso scritti da Laura Cappon oppure la serie di disegni sul massacro di Bucha, ma anche un’azione dal vivo nei bunker di Punta Marina. Quando succedono queste tragedie non ci si può voltare dall’altra parte».

Nel 2016 hai ricevuto pesanti accuse dal governo turco. Com’è successo? Questo evento ha influenzato il tuo modo di raccontare storie?

«Sono stato colpito dalla censura quando, dopo il fallito golpe del 2016, ho ritratto il volto di Erdogan come una bandiera che gronda stille rosse, fra una mezzaluna e una stella che paiono cicatrici sul viso, dal titolo Il sangue di Recep Tayyip Erdogan. La condanna da parte del tribunale di Ankara è arrivata per “sostegno al terrorismo, incoraggiamento alla violenza e al crimine, minaccia all’ordine pubblico e alla sicurezza nazionale”. Il mio blog è stato oscurato. Sono stati alcuni amici ad avvertirmi dell’accaduto e del processo in cui sono stato incriminato dove ero apparso come primo della lista davanti a esponenti del movimento curdo e gulenisti (i seguaci di Fethullah Gulen, considerato da Ankara il mandante del golpe fallito), come si evince dai documenti della corte»

Questo evento ha influenzato il tuo modo di raccontare storie?

«Mi ha fatto capire quanto sia importante il lavoro che faccio, perché se un governo si muove per fermarmi, vuol dire che i disegni stanno facendo il loro lavoro. Da quel momento ho aumentato i miei sforzi per denunciare i soprusi del governo turco».

Sei molto vicino alle questioni relative ai diritti umani e il tuo disegno di Patrick Zaki è stato utilizzato da Amnesty International diventando un’icona. Cosa ha significato per te?

«Ho realizzato il disegno il 7 febbraio 2020 nelle prime ore in cui si è saputo della scomparsa di Patrick. Quella immagine è poi rimasta impressa a tutti per quello sguardo sereno in contrasto con il filo spinato che lo avvolge. Pochi giorni dopo è esplosa la pandemia, è arrivato il lockdown e quindi quell’illustrazione è diventata di fatto l’unico strumento per tenere alta l’attenzione sul suo caso. Ha iniziato a circolare così tanto che ne ho perso il controllo, le persone l’hanno quasi sostituito al Patrick vero che non potevamo avere con noi. E poi c’è stato un ulteriore passaggio: lo stesso Patrick è diventato un’icona dei diritti umani; grazie a lui si è acceso l’interesse su casi simili al suo che coinvolgono gli attivisti di molti altri Paesi».

Come è nata la collaborazione con Laura Cappon per la graphic novel “Patrick Zaki, una storia egiziana”? Come è stato lavorarci in un periodo in cui non ci sono ancora certezze sull’esito del processo?

«Laura e io eravamo parte della storia di Patrick: lei per i suoi servizi giornalistici, io per i disegni che accompagnavano la campagna per la sua liberazione. A un certo punto il nostro lavoro si è unito sulle pagine del quotidiano Domani. Da lì Laura ha avuto l’idea di fare un libro a fumetti su Patrick che ha comportato un’immersione completa per oltre un anno. Naturalmente, poiché la storia di Patrick non è finita, il libro è cambiato durante la lavorazione, soprattutto dopo il colpo di scena della sua scarcerazione. È stato un libro complesso perché ho dovuto creare un’intera vita in Egitto, utilizzando le testimonianze di Laura con l’ausilio di foto e video».

A cosa stai lavorando ora? Puoi dare qualche anticipazione?

«Sto lavorando ad alcuni libri sulla Cina, ma usciranno tra molto tempo. Nel frattempo, continuo la mia attività sui diritti umani, quotidianamente».