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Gerardo Lamattina: il cinema per esprimersi

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Foto: Gerardo Lamattina – Matteo Pezzi

Campano, ma ravennate d’adozione, Gerardo Lamattina si è laureato al DAMS di Bologna con una tesi in Storia del Cinema. Ha diretto e interpretato diversi cortometraggi in superotto partecipando a numerosi festival nazionali ed internazionali tra i quali Torino giovani, Kurtz Film Festival di Amburgo, Munich International Short Film Festival, Arcipelago, Corto Imola festival, Sacher festival. I suoi corti sono stati acquistati e trasmessi da Sky, Telepiù e La7.

Il suo cortometraggio Boccaperta, reaizzato nel 1998, ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al concorso video di Montecatini. Tra i suoi lavori la docufiction Alma story con protagonista Moni Ovadia e il documentario Falling sulla storia vera di Laura Rampini, la prima e unica paracadutista al mondo in carrozzina.

Nel 2016 ha realizzato il suo primo lungometraggio Cimitero azzurro, mentre nel 2020 ha ottenuto un grande consenso di pubblico e critica, nonostante la pandemia, per il docufilm Il Drago di Romagna che si è rivelato un singolare esempio di ibridazione culturale tra Cina e Italia attraverso l’antico gioco del Mah Jong, candidato si David di Donatello dello scorso anno.

Accanto a tutto questo una produzione impegnata su temi attuali come la violenza di genere e tanti progetti futuri che abbiamo voluto approfondire in questa intervista.

Come nasce un regista o meglio Gerardo regista?

«“Regista è chi regista lo fa”. Rispondo con una citazione cinematografica, ma solo per poter dire, come faccio abbastanza spesso, che in realtà io sono più cinofilo che cinefilo e amo molto non definirmi un regista, bensì semmai un raccontatore di storie che ha trovato nel cinema un mezzo di espressione adatto, ma sono sempre pronto a fare altro, perché ho un’attitudine punk che, invecchiando, seguo sempre di più e con essere punk intendo semplicemente la volontà di essere fino in fondo se stessi e agire di conseguenza».

Gerardo Lamattina
Foto: Gerardo Lamattina - Matteo Pezzi

Come definiresti la tua filmografia e cosa ti piace portare sullo schermo?

«Per molto tempo ho inviato come filmografia e curriculum la frase “non amo i curricula e le biofilmografie” e adesso aggiungerei “Noi non siamo il nostro passato”. Certo, si potrebbe obiettare maliziosamente che se avessi vinto, che so, un leoncino, un orsacchiottino o almeno un davidino, forse la penserei diversamente. Può essere, ai posteri l’ardua sentenza. Ho scritto posteri perché in fondo si tratta di quello, avere abbastanza manifesti ufficiali da esibire per dimostrare al mondo che esistiamo. Di recente commentando il fatto che il mio ultimo film fosse stato candidato ai David di Donatello, un amico per strada mi ha detto “bravissimo” e io provocatoriamente gli ho risposto “Grazie, ma ero bravo anche prima del David”. Per chiudere senza troppa filosofia, mi piace vedere e immaginare storie di riscatto individuale perché credo, e sono sempre più fermamente convinto, che l’essere umano sia capace di tutto, anche delle peggiori nefandezze come la storia e anche l’attualità ci dimostrano, ma sia anche capace dello splendore più assoluto e a me piace mostrare quello».

Attraverso i tuoi film hai anche dato voce alle donne vittime di violenza realizzando il cortometraggio Prima che faccia buio e un docufilm per i 30 anni di Linea Rosa. Come è stata questa esperienza?

«Il rapporto con Linea Rosa è un rapporto di lunghissima data e con loro ho realizzato tantissime cose, tra cui anche appunto l’ultimo documentario che racconta i loro 30 anni di storia. Un lavoro complesso perché in 30 anni hanno davvero rivoluzionato il centro e fatto moltissime cose, ma che sono riuscito a rendere emozionante e avvincente, soprattutto grazie al lavoro straordinario di scrittura fatto da Monica Vodarich. Con lei ho scritto anche Prima che faccia buio, ma c’è anche un altro progetto fra i tantissimi che abbiamo realizzato insieme, al quale sono particolarmente legato ed è la serie di cortometraggi Basta poco per cambiare. Quell’esperienza è stata un punto di svolta, perché veniva subito dopo Prima che faccia buio e cioè un cortometraggio tratto da una storia vera che purtroppo era finita tragicamente, nonostante l’intervento del centro di accoglienza. Ne avevamo discusso moltissimo in fase di sceneggiatura perché io volevo un finale diverso, ma loro giustamente avevano insistito sul fatto che volevano dare un pugno allo stomaco dello spettatore, raccontando i fatti reali e sicuramente ci siamo riusciti. Per me è stato davvero difficile mostrare la violenza attraverso la violenza, cosa che comunque ho fatto con estrema delicatezza. Questo però mi ha anche permesso di riflettere sul fatto che a volte basta anche solo un piccolo gesto o una parola per cambiare completamente il corso delle cose. È così sono nati i cortometraggi di Basta poco per cambiare che nel tempo sono diventati un format distintivo e sono stati anche utilizzati dalla Regione Emilia-Romagna per formare il personale medico sulla corretta prassi di accoglienza alle donne che hanno subito violenza».

L’ultimo tuo lavoro è stato il docufilm Il Drago di Romagna, candidato ai David di Donatello nel 2021, un progetto molto legato al nostro territorio e che dà risalto ad una grande passione dei ravennati: il Mah Jong. Ce lo racconti?

«Il racconto del Drago di Romagna potrebbe essere davvero molto lungo, quindi mi limiterò a citare solo qualche significativo evento di cui la candidatura al David è stata solo l’ultimo. È stato un film fortunato e sfortunato allo stesso tempo. Fortunato perché ha avuto un successo di pubblico davvero straordinario, ancora oggi vendiamo diversi dvd ogni settimana. Sfortunato perché è un film italo-cinese, uno dei pochi in Italia, ed è uscito esattamente poco prima dell’inizio della pandemia che, guarda caso, arrivava dalla Cina e ne ha quindi bloccato la distribuzione che era iniziata con numeri incredibili e che sicuramente sarebbe continuata con grandissima soddisfazione. Detto questo, il successo del film è stata la conferma che una storia cosi singolare come quella del Mah Jong a Ravenna doveva essere raccontata, e io sono felicissimo di averla raccontata con uno sguardo acuto e incantato perché non essendo ravennate, ma vivendo ormai a Ravenna da 30 anni ho colto elementi che forse altri avrebbero trascurato. La parola chiave di tutto è stata ibridazione e quindi mi sono divertito molto a superare allegramente tutti i confini di genere tra documentario e finzione e a reinventare, ad esempio, grazie a dei musicisti straordinari, persino un mostro sacro come la canzone Romagna mia, che abbiamo rifatto in chiave Ska e cantato in cinese, con grandissima soddisfazione da parte dei tantissimi cinesi e italiani che hanno visto il film e con il convinto assenso della famiglia Casadei. Nel film tutto ha funzionato alla perfezione: il rapporto con il territorio, il cast tecnico e artistico, le tante comparse che hanno partecipato e tutta l’accoglienza che il film ha avuto fin dalle fasi di casting che hanno riscontrato una partecipazione di massa talmente alta che è stato quasi difficile gestire. Ci sarebbe tanto altro da raccontare, ma sarebbe davvero lunga per cui aggiungo solo che stiamo lavorando al seguito e contiamo di farlo ancora a Ravenna, sempre con il sostegno del Comune e della Regione e questa volta ci auguriamo anche del Ministero della Cultura».

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Foto: Il drago di Romagna - frame dal film

Una mente creativa non sta sicuramente ferma neanche nelle difficoltà di questa pandemia. Quali progetti stai portando avanti?

«In effetti sto lavorando a tanti progetti, tra cui alcuni ai quali sono molto legato. In primis, come detto, al sequel del Il Drago di Romagna che si intitolerà Il Drago dalla Romagna alla Cina con furore e che racconterà ancora una volta il mondo del Mah Jong intrecciandolo con le avventure della protagonista e della sua famiglia e tutte le altre persone già raccontate nel primo film e che ormai da persone sono diventati personaggi a tutti gli effetti. Sto anche lavorando al progetto di una serie TV ambientata completamente tra Porto Corsini, Marina Romea e la pialassa, luoghi ai quali sono particolarmente affezionato. È la storia di Libero, un diciassettenne che, vivaddio, vuole fare la rivoluzione e cambiare il mondo e se stesso a tutti i costi. È un progetto che spero vivamente di riuscire a realizzare, perché credo sia necessario raccontare una possibilità diversa di futuro. Una visione utopica che il mondo distopico in cui viviamo sta oscurando. Mi piace credere che l’utopia sia una verità prematura. Una possibilità di mettere al centro dell’azione una generazione bistrattata e che pagherà caro tutto quello che noi in un recente passato e purtroppo anche in un attuale presente gli stiamo lasciando. Aggiungiamo poi il fatto che Libero è nero ed è nato in Italia, ma ad esempio non ha ancora nemmeno la cittadinanza, perché solo in questo paese non si riesce a fare una “banalissima” legge sullo ius soli, tanto per citare solo uno dei molti problemi che sarebbe piuttosto facile risolvere e che Libero si troverà ad affrontare sulla sua pelle. Sto infine anche lavorando ad un documentario che si intitola La giusta distanza (Ovvero di chi è la colpa!?) sui rapporti umani in tempi di Covid e che vuole raccontare con sguardo lucido e disincantato, quello che la pandemia e la gestione della pandemia ha cambiato nelle relazioni umane tra accaniti sostenitori pro e contro di tutte le misure sanitarie e sociali messe in campo dalle autorità».

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