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“Fabbri Delizie da forno” di Alfonsine e caro bollette: «Ci tagliamo lo stipendio per pagare i dipendenti»

Ci sono commercianti che mettono le bollette in vetrina, seguendo l’invito di Confcommercio Ravenna, e altri che le pubblicano direttamente su Facebook ma l’intento è il medesimo: la trasparenza. Ossia, far vedere ai propri clienti che i rincari di questi ultimi mesi e quelli che potrebbero arrivare presto non sono campati per aria, ma sono necessari per sopravvivere, per non chiudere. A colpire particolarmente è l’appello lanciato da Michela Fabbri, a nome di “Fabbri Delizie da Forno”, realtà storica fondata nel 1971 che conta tre negozi, di cui due ad Alfonsine e uno a Sant’Alberto, e due punti di produzione. Una storia emblematica dei tempi che stiamo vivendo. Dopo essere stati costretti a chiudere il quarto negozio a Longastrino per insostenibilità dei costi, ora la situazione si è ulteriormente aggravata a causa delle bollette stellari degli altri negozi che costringono in pratica i soci-titolari a rinunciare allo stipendio pur di continuare a pagare i dipendenti.

Michela Fabbri, partendo proprio dalle bollette: qual è l’entità degli aumenti?
«Basta fare riferimento alle ultime arrivate con scadenza 31 agosto e rapportarle a quelle dello stesso periodo del 2021. Una prima bolletta è salita addirittura a 8.369,68 euro, prima era 2.563,06, quella del secondo negozio è passata da 970,68 a 2.505,80 e quella del terzo da 643,51 a 1.742.08».


Quante persone lavorano a “Fabbri Delizie da Forno”?
«Una ventina: due soci dipendenti, due dipendenti in malattia, 3 a chiamata, 4 part-time, 7 a tempo pieno, un tirocinante e un collaboratore. Nell’attività è coinvolta tutta la mia famiglia, quindi oltre a me che ho figli, ci sono mia sorella Silvia anche lei con figli da crescere e miei genitori: mamma Maria Grazia Mignani, ‘colonna portante’ e papà Valmero Fabbri, per gli amici semplicemente ‘Valmer’. Mi spiace soprattutto per i miei genitori che avrebbero l’età per godersi la pensione e invece sono ancora qua a darci una mano».


E ora, proprio voi della famiglia, avete deciso di tagliarvi lo stipendio…
«Non abbiamo scelta. Non possiamo evitare di pagare le bollette perché ne andrebbe del nostro lavoro. Cerchiamo di risparmiare il più possibile, per esempio in un’estate così calda abbiamo fatto a meno il più possibile dell’aria condizionata, ma non possiamo certo spegnere i frigoriferi».

In molti sono ricorsi ad aumenti. Lo avete fatto anche voi?
«Sì, e siamo anche stati i primi a dichiararlo apertamente lo scorso marzo quando, proprio a causa dell’aumento dei costi delle bollette e delle materie prime, abbiamo aumentato i prezzi con una media dell’8%. Ma mai ci saremmo aspettati un’ulteriore impennata dei prezzi. Poco dopo, infatti, il costo delle uova è salito del 38%, quello della mozzarella è arrivato a 9 euro al chilo e quello del burro a 10 euro al chilo. Non so cosa sia cambiato per chi preferisce lavorare con ingredienti di minore qualità, ma per noi è stato così».

Si erano mai verificati aumenti di questa portata?
«Mai, e posso dirlo dall’alto della mia esperienza nel settore di ben 34 anni, visto che ho 48 anni e sono in pratica cresciuta nel forno. Neanche quando c’era stato il passaggio all’euro e il rischio di aumenti era dietro l’angolo».

Quindi non prendete in considerazione l’ipotesi di ulteriori aumenti sui vostri prodotti?
«Anche se sarebbe necessario, non lo faremo: i nostri clienti non hanno più le possibilità, sono per lo più stremati. La classe media oramai non esiste più, la gente fa quello che può con i prezzi alle stelle e gli stipendi sempre uguali, anche a causa delle pesantissime tasse. All’estero se la cavano meglio perché si guadagna mediamente di più… Poi già in questi ultimi decenni le abitudini della gente sono cambiate: oggi non si consuma più un chilo di pane a testa…».


Lei che idea si è fatta: tutta colpa della guerra in Ucraina o…
«Sono solo scuse… è tutta colpa delle speculazioni. Di certo, da questa situazione, ci sarà qualcuno che guadagnerà e bene. Non noi… Sento i discorsi di molti clienti e c’è di che pensare: in molti citano il ventennio del Novecento e parlano di una crisi sociale, come non se n’erano mai viste. Anche i miei genitori, che hanno vissuto tanti periodi diversi, sono molto amareggiati».

Parlando di grandi trasformazioni, quanto ha pesato l’apertura della grande distribuzione e la conseguente concorrenza sul pane?
«Non è stato un passaggio semplice, ha inciso sulle abitudini delle persone che spesso – per fretta – acquistano tutto al supermercato, pur nella consapevolezza di trovare un prodotto inferiore sotto il profilo qualitativo. Però, per fortuna, sono tante le persone attente alla salute e che apprezzano il nostro lavoro. Abbiamo rapporti costanti con medici e nutrizionisti, lavoriamo grani antichi in purezza e offriamo alla clientela informazioni certe».

Guardando avanti, cosa si aspetta?
«Vorrei essere positiva, ma non posso nascondere una grande preoccupazione. Non so cosa succederà ma è di certo un brutto periodo. Dobbiamo però cercare di restare uniti perché, a parte i ricconi che lo saranno sempre di più, siamo sulla stessa barca. Sto pensando a una iniziativa simbolica: spegnere le luci dei negozi come protesta».

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