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Daniele Torcellini, coordinatore Biennale Mosaico: «Ravenna deve relazionarsi col mondo»

In concomitanza con la “Notte d’oro” domani, sabato 8 ottobre a Ravenna, prende il via anche l’attesa settima edizione della “Biennale di mosaico contemporaneo”, rinviata lo scorso anno a causa della pandemia. Coordinatore della manifestazione è Daniele Torcellini, storico dell’arte e docente dell’Accademia di Belle Arti di Genova e Verona, oltre che collaboratore dell’Accademia ravennate e già curatore di diversi eventi espositivi in città.

Torcellini, quello della Biennale è un ritorno molto atteso…
«Sì, soprattutto se si considera che l’ultima si è svolta tre anni fa, nel 2019, spostata più volte per il Covid. Quella di quest’anno è un biennale che in realtà è triennale, ma destinata a diventare annuale, visto che si farà anche l’anno prossimo».

Quali sono state le maggiori difficoltà dal punto di vista organizzativo?
«Ripartire non era scontato e non è stato facile, anche perché abbiamo dovuto fare tutto in tempi veloci. Il percorso, anziché a maggio come d’abitudine, è partito a novembre dopo l’insediamento della nuova giunta comunale. Per quanto mi riguarda sono stato coinvolto direttamente dall’assessorato alla Cultura, dopo la mostra di “Chuk Close” che ho curato nel 2019 al Mar».

Che edizione sarò quella di quest’anno?

«L’obiettivo è di tornare a porre attenzione sulla presenza del mosaico nel contemporaneo. Questo perché crediamo che il mosaico contemporaneo possa essere un focus delle strategie culturali. Chiaro è l’intento dell’amministrazione comunale che ha fortemente voluto la delega al Mosaico affidata all’assessorato alla Cultura. Un bel segnale. Detto questo, sarà un’edizione molto partecipata, in cui si farà il punto sul circuito come è inevitabile dopo il lungo periodo di pandemia».

È corretto dire che sarà un’edizione con una vocazione internazionale più sottotono?

«Sì, lo è inevitabilmente. Anche se il carattere internazionale della Biennale è comunque garantito dalle collaborazioni con AIMC – Associazione internazionale mosaicisti contemporanei e con Dis-Ordine. Quest’anno però guarderemo maggiormente al nostro perimetro, alla nostra scena del mosaico per recuperarla e in qualche modo reinventarla».

Alta è stata l’adesione di gallerie e spazi privati, una sessantina. Com’è la situazione del mosaico al riguardo?

«Siamo riusciti a muoverci già in primavera in tal senso e i risultati si sono visti. Sarà un tripudio di inaugurazioni e Ravenna sarà davvero capitale del mosaico fino al prossimo 27 novembre. Dopo la pandemia, c’è la voglia di rimettersi in gioco e sono state aperte anche sei nuove gallerie in città. Anche questo fa ben sperare».

Per i visitatori sarà l’occasione di scoprire tanti percorsi diversi e di ammirare la nuova mostra “Prodigy Kid” al Mar…
«Sì, protagonisti sono Francesco Cavaliere e Leonardo Pivi che hanno condiviso a lungo un lavoro stratificato e ricco sia dal punto di vista dei significati, sia dal punto di vista dei media, con una predilezione per installazioni di mosaici, sculture e oggetti. La più recente di lavori inediti, pensati e realizzati apposta per la mostra, è ispirata a una nota leggenda che riguarda la città di Ravenna: la nascita di una creatura affetta da gravi deformità fisiche, che ha avuto luogo nei primi giorni del marzo 1512, il cosiddetto “Mostro di Ravenna”. Eccezionalmente in mostra anche un suggestivo disegno di Leonardo da vinci, ora parte del Codice Atlantico e conservato alla biblioteca Ambrosiana di Milano: una testimonianza di grande fascino che rappresenta una creatura ibrida largamente aderente alla descrizione del “Mostro di Ravenna”».

Cosa non è proprio stato possibile realizzare quest’anno ed è quindi rimandato al 2023?

«Ci sono alcuni progetti già in cantiere già pensati per la scadenza dell’anno prossimo, in accordo con gli operatori del settore. Non mi dispiacerebbe inoltre riaprire la partita di uno sguardo anche internazionale e per l’appunto accostare ciò che si fa oltre confine alla realtà ravennate del mosaico. Ravenna non deve vivere di se stessa, deve potersi relazionare con il mondo. Credo molto in una prospettiva ‘glocal’».

Può essere sufficiente una rassegna con cadenza biennale?

«La scelta di fare la manifestazione ogni due anni è legata all’ampio respiro che deve avere. Servono due anni di elaborazione progettuale ma anche per offrire uno sguardo che abbia un tempo potersi rinnovare. Un anno è un po’ poco. Va poi considerato che la diffusione del mosaico non è paragonabile a quella della pittura».

Si fa abbastanza per il mosaico a Ravenna?

«Credo che si faccia già molto e altro ancora si potrebbe fare. Anche perché la valorizzazione del mosaico non passa solo dalla Biennale ma anche da ricerche, laboratori di restauro, convegni. E poi ci sono le accademie che possono veicolare la formazione e il fare umano in una logica di pluralità».

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