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Alberto Marchesani e la passione per le maratone estreme nel deserto, fra i ghiacciai e sulle colline

Marchesani

Ci sarà anche il 44 enne ravennate d’adozione Alberto Marchesani tra i 3 mila partecipanti all’edizione 2022 della 100 km del Passatore in programma sabato 21 e domenica 22 maggio, con partenza da Firenze e arrivo a Faenza, attraversando l’Appennino. Per il podista, che nella vita fa il giornalista ed è socio fondatore di TuCo Tutta la Comunicazione, le sfide sono ormai il “sale” della vita, se si considera che è reduce da quella che in gergo viene definita la “Champion League” delle maratone, ossia la 36esima edizione della Marathon des Sables, la leggendaria corsa di circa 250 km nel deserto del Marocco, dove si è classificato al 300 esimo posto, su un totale di 1.060 partecipanti da una quarantina di Paesi di tutto il mondo. E non finisce qui perché, nel suo personale “carnet”, vanta anche la partecipazione alla maratona in Siberia a Omsk, nel 2015, poi a quella nel deserto dell’Oman, dall’Oasi di Bidya al Mar Arabico nel 2017, e la Fire& Ice Ultre Marathon, in Islanda fra geyser, ghiacciai e distese di lava e temperature molto diverse.

Marchesani, con che spirito affronta la “100 km del Passatore”?

«Proverò a farla, è un’esperienza che mi manca e che è arrivato il momento di fare. Mi sono iscritto, ho preso il biglietto del treno per andare a Firenze, ma non ho nessuno che mi assiste. Me la farò per i fatti miei. Dato che quest’anno non ci sarà la possibilità di farsi portare dell’abbigliamento pesante al passo della Colla, ho pensato di correre con uno zainetto con tutto il necessario. Non me la sono sentita di chiedere a un amico di stare in giro tutta la notte».

Come si è preparato e che aspettative ha per questa gara?

«Come di consueto, ho corso, mi sono allenato in palestra con una professionista, la trainer Marina Casadio, e poi ho cercato di fare qualche allenamento lungo, fino a 45 km, però in pianura. Non ho l’ambizione di fare tempi folgoranti perché sono lento a correre. Spero di riuscire a stare concentrato tutto il tempo e di non fare l’errore tipico di chi fa una corsa di questo tipo per la prima volta, cioè di partire troppo presto e poi stare male».

Qualche settimana fa ha realizzato il sogno di una vita, partecipare alla “Marathon des sables” in Marocco. Cos’ha provato?

«Una grande soddisfazione, soprattutto perché ho avuto la fortuna di farla in serenità, sentendomi bene sia a livello fisico che mentale. Per chi come me ama le gare in autosufficienza, quella è la madre di tutte le gare, di più splendenti non ce n’è. Spesso la si fa a fine carriera o a scopo celebrativo periodicamente. Tutte le altre competizioni fatte mi sono servite come avvicinamento…».

Può spiegare, per i non esperti, cosa si intende per corsa in autosufficienza?

«Dietro questo tipo di gara c’è una filosofia precisa che richiede di avere con sé tutto l’occorrente necessario per l’intera durata della gara, tranne in genere l’acqua fornita nei check-point e la tenda per dormire la notte. Non è solo una faticaccia a livello fisico, ma richiede una buona dose di adattamento fisico extra running e una buona organizzazione in fase di preparazione».

Cosa ha messo nel suo ultimo zaino in Marocco? Come si calcola quanto cibo servirà?

«Ci ho messo diverse settimane per prepararlo, alla fine pesava circa 10 chili. Oltre a molti cibi liofilizzati, avevo preso anche delle piadine che ho letteralmente divorato con bresaola e grana. Ma non ho fatto bene i conti perché ho avuto un ritmo di gara più sostenuto di quello che immaginavo, consumando quindi di più. Il cibo non è bastato e sognavo di continuo piatti di spaghetti a occhi aperti. Ho però potuto contare su ciò che è rimasto ad altri che purtroppo hanno avuto problemi gastro-intestinali o di disidratazione. La gioia più grande? Trovare il biglietto di mia figlia con su scritto: “Divertiti”».

Per lei che ha corso in situazioni estreme: meglio il caldo o il freddo?

«Il caldo, anche perché di notte le temperature sono più sopportabili nel deserto. Il freddo invece non ti molla mai, anche quando ti fermi. Ricordo l’incubo vissuto in Islanda dove ho temuto di non farcela».

Conta di più la forza fisica o mentale?

«Tutte e due. Però quando la resistenza fisica viene meno, occorre investire su quella mentale, altrimenti ci si sente persi. Durante la maratona “Fire & Ice”, ho avuto paura perché a un certo punto mi si è gonfiata una gamba. Questo mi ha portato a restare indietro e mi sono ritrovato solo, immerso in paesaggi deserti con lo sguardo che vagava all’infinito…».

Il contatto con la natura è uno dei motivi per cui si ama questo tipo di competizione?

«Fa certamente parte del suo fascino. La natura è madre ma anche matrigna e bisogna prepararsi per affrontarla in tutte le sue insidie, il freddo intendo, il caldo insopportabile, il vento sferzante, le distese infinite… Alla fine ciò che conta è quello che rimane dentro: immagini di paesaggi inconsueti e la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza unica e gratificante. Si diventa un tutt’uno con la natura, ci si adegua al suo ritmo. Più che i risultati, è importante il fatto stesso di partecipare a questi eventi estremi».

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