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Ravenna visitata, interpretata, riscritta dalla sensibilità di Henry James

Facciata del palazzo del Comune con in primo piano le due colonne veneziane

Foto: Piazza del Popolo – Wikimedia Commons

Leggere l’ultimo capitolo di Ore italiane di Henry James è illuminante sotto vari punti di vista: da quello dell’interpretazione critica dell’autore a quello della tradizione del “Grand Tour” e dell’incontro con il passato soggettivamente interpretato, senza dimenticare la critica sociale mai disgiunta dalla narrativa e saggistica dell’autore.

La “travel literature” in oggetto è parte di una narrativa nordica che posa lo sguardo sull’adorabile Italia” per dirla alla James e alimenta l’attrattiva dell’Italia esercitata sugli europei prima e sugli statunitensi poi. Quasi si potrebbe dire che l’Italia non sarebbe l’Italia se non ci fossero stati intellettuali come Goethe, Stendhal, Gautier, Byron per citarne solo alcuni.

Analogicamente Ravenna sarebbe meno Ravenna senza l’occhio critico ed estasiato di James che compì all’età di trent’anni un viaggio nella città romagnola durante un soggiorno fiorentino passando per Bologna.

È utile precisare che le pagine in questione furono scritte una settimana dopo il soggiorno «nell’antica capitale di Onorio e Teodorico» in mezzo alle Alpi svizzere con tono nostalgico verso una città che offre un appiglio a cui afferrarsi «per una immaginazione depressa».

Il viaggio fu compiuto probabilmente a fine agosto «nello splendore della città», in una tarda estate che ancora lesinava il proiettarsi dell’ombra sulle sue strade bianche e deserte. La nota su cui il romanziere insiste è la sonnolenza e la tristezza di una città abbandonata dalla modernità che si consuma attorno alla sua storia augusta e austera. Giunto di sera nella giornata della “festa dello Statuto” aveva assistito agli ultimi momenti del dileguarsi della folla nella «piazza» principale e aveva passeggiato lungo il corso in compagnia di un amico ravennate.

Henry James ritratto di profilo in bianco e nero
Foto: ritratto di Henry James - Wikimedia Commons

La calura viene descritta come opprimente tanto da fargli ricordare il Decameron del Boccaccio e la peste del 1348 durante la passeggiata in completa solitudine al solo risuonare dei loro passi. La visita a Ravenna era stata preparata da molte letture, fra cui il celebre saggio di E. Gibbon Declino e caduta dell’Impero romano e la descrizione che ne fa era destinata, come altre descrizioni di città italiane, al turista statunitense di buona cultura che intraprendeva per la prima volta un viaggio in Italia. Ore italiane è un’interessante guida turistica ottocentesca, ma è ancora più interessante che fra le celeberrime Roma, Venezia, Firenze figurino città minori della campagna toscana e soprattutto Ravenna che sembra non avere realtà presente, ma solo il suo passato su cui continua a vivere e a trarne alimento in un piano affievolirsi.

Parlando del cameriere della sua locanda e del cocchiere che lo avrebbe accompagnato alla Pineta di Dante e di Byron trova originale il fatto che parlassero di Galla Placidia e di Giustiniano come si parlasse di un soggetto del momento, di una qualche personalità che si potesse incontrare e torna a dire che era inevitabile respirare «un’aria carica di prodigiosi ricordi». La descrizione della città si polarizza fra un passato «curioso ed interessante» che ancora si legge nei mosaici delle basiliche tardoantiche e un presente, agli occhi di un cittadino americano, irriconoscibile che si sfalda nelle strade coperte di erbe, prive di veicoli a ruote, nell’assenza di negozi, se non un laboratorio di un cortese fotografo che esponeva una veduta della leggendaria foresta di conifere. Anche gli edifici signorili avevano una crudezza rustica singolare, non c’era edificio di rilevanza architettonica tranne le chiese spesso con restauri moderni di poco valore e con strani campanili cilindrici.

Partendo dalla Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, di cui con ironia si sottolinea l’aggettivo “nuovo”, descrive con una lunga enumerazione i reperti dai frammenti di marmo giallo, alle vasche appena sbozzate, alle lastre di antichi pulpiti e a ogni oggetto aggiunge l’aggettivo “strano” e “decadente” quasi a testimoniare la fine ineluttabile del mondo antico. Il cristianesimo diviene l’appendice di un trionfante paganesimo e testimonia un mondo di smarrimento: «strane immagini dei mosaici con i loro volti colorati e lo sguardo fisso».  La sua attenzione si pone sulla teoria di Vergini e di Martiri, enigmatici alla sua interpretazione, ma soprattutto sul Cristo in trono che definisce di pura ortodossia, con la stessa iconografia di un qualsiasi imperatore romano, Onorio o Valentiniano. Nonostante il vorticoso passare del tempo, degli imperi, delle dominazioni, il mosaico rimane, nelle parole elogiative del nostro autore di una brillante vivacità, quasi immobile nella propria arcaica modernità: «…mentre i secoli erano trascorsi… queste piccole tessere colorate di pasta vitrea rimanevano nella loro sede conservando intatta la loro freschezza». «La raccolta di gemme», come viene definito il patrimonio storico di Ravenna, si confonde nella sua memoria nell’atto della scrittura e quasi si percepisce nelle sue parole un effetto di stordimento con il suo profumo di caducità, di mortalità e di decadimento.

Rimane indelebile nella memoria l’ottagonale Basilica di San Vitale simile a un ufficio di cambio o una dogana a Costantinopoli. Non si prodiga molto nella descrizione, ma si sofferma con invidia nella individuazione di un artista assiso al centro della chiesa intento a dipingere la cupola: rapisce l’autore la prospettiva pittorica della basilica giustinianea e tale prospettiva continua all’apparire dell’edificio basso e oscuro intitolato ai Santi Nazaro e Celso e meglio conosciuto come Mausoleo di Galla Placidia. Nonostante lamenti di non poter distinguere il rosso dal verde per la pochezza di luce, ammette come quest’angolo di Ravenna possieda «un’autorità sovrana e una grande forza emotiva». Il mausoleo viene paragonato a una «grotta striata di minerali luminescenti», il cuore della storia sottratto all’oblio.

Esterno della Basilica di San Vitale
Foto: Basilica di San Vitale - Wikimedia Commons

Alla fine del suo percorso che inizia a Sant’Apollinare e termina al Mausoleo di Galla Placidia, non può che accennare ai due grandi letterati che hanno segnato la sonnolenta Ravenna e sempre in tono polemico, tratto caratteristico della scrittura di James. A proposito di Dante descrive la sua tomba sottolineando che nulla è meno dantesco di quel piccolo edificio sistemato «con quel bizzarro cattivo gusto che contraddistingue la maggior parte dei tributi che l’Italia contemporanea eleva ai propri grandi»; neppure la casa di Byron è byroniana e contrasta con la grandezza delle sue opere. Ironicamente compatisce i grandi che avevano soggiornato in un luogo di tristezza insopportabile.

L’apoteosi della sua visita si ha a Classe dentro alla basilica tra le ventiquattro colonne di marmo cipollino soffuse di una luminescenza perlacea parla di luce morbida, di una luminosità riflessa nei mosaici. La luce abbraccia in continuità il verde ubertoso dell’abside e continua nel verde vivido degli stagni che l’occhio coglie dalla porta spalancata della chiesa. Lo sguardo spazia in continuità e si ritrova nella pineta di Classe e poi in modo assolutamente pittorico, uno scorcio di vele bianche che scivolavano dietro alle dune e poi un cielo azzurro e ancora l’assenza dell’ombra.

MARIA GRAZIA LENZI

Diplomatasi nel 1978 al Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, si è laureata in Lingua e Letteratura Latina presso l’Ateneo bolognese nel 1985. Laureatasi anche in Lingue Moderne e Conservazione dei Beni culturali, oltre a inglese, francese e spagnolo, ha approfondito l’arabo con il corso triennale presso l’IsiAO, conseguendo il diploma nel 2009. Quasi contemporaneamente si è dedicata ad un corso di perfezionamento sull’organizzazione della città storica, del territorio e dei loro modelli di rappresentazione presso la Scuola Superiore di Bologna.