Filippo Briccoli, i libretti di sala dei teatri, la rievocazione delle attività e delle atmosfere di altri tempi : "Donna Caritéa Regina di Spagna"(1830) - Piu Notizie

Filippo Briccoli, i libretti di sala dei teatri, la rievocazione delle attività e delle atmosfere di altri tempi : “Donna Caritéa Regina di Spagna”(1830)

Redazione

Filippo Briccoli, i libretti di sala dei teatri, la rievocazione delle attività e delle atmosfere di altri tempi : “Donna Caritéa Regina di Spagna”(1830)

venerdì 30 Aprile 2021 - 20:48
Filippo Briccoli, i libretti di sala dei teatri, la rievocazione delle attività e delle atmosfere di altri tempi : “Donna Caritéa Regina di Spagna”(1830)


Non sarebbe troppo complicato rievocare la plurisecolare attività lirica dei Teatri di Ravenna prendendo spunto o meglio analizzando notizie, nomi e indizi vari contenuti nei libretti d’opera originali, editi in città nei secoli passati. Purtroppo quelle preziose pubblicazioni (unitamente ad altri
documenti grafici e figurativi) non sono più consultabili perché scomparse.
Sono scomparse, dicono i beni informati, perché è sparita gran parte del ricco archivio storico dei teatri. Si precisa anche che qualcuno, avendo trovato in un ambiente inadeguato carte, pacchi, scatole, faldoni mal ridotti o deteriorati, abbia inviato ogni cosa al macero senza alcun tentativo di
recupero. Vero o non vero che sia, è certamente desolante per gli attuali ricercatori e storici del settore non poter consultare e rievocare tramite questi libretti cittadini, le attività, le atmosfere e gli eventi teatrali di altri tempi. A loro, se assistiti dalla buona fortuna, resta soltanto la consolazione
di potersi soffermare su qualche titolo custodito in città o venerato nelle raccolte di noi appassionati collezionisti.
Tra i miei libretti desidero attirare l’attenzione su una rarissima “perla“ stampata a Ravenna dai Tipi ‘Roveri e Collina così intitolata Donna Caritéa Regina di Spagna, melo–dramma serio da rappresentarsi nel Teatro Comunale di Ravenna per la solita Fiera di maggio del 1830.
Fu portata a Ravenna ventidue anni prima dell’apertura del Teatro Alighieri e rimase sulle scene del teatro Comunitativo giunto al termine della sua attività, dalla fine di aprile ai primi di giugno 1830.
La citata e all’epoca popolarissima opera di Saverio Mercadante (1795–1870) fu una lodevole scelta dell’accorto concittadino Antonio Casali, uno dei più rinomati appaltatori teatrali della penisola, il quale anche nella sua città impiegò ogni accorgimento per coinvolgere con accortezza e deferenza
personaggi di grande rilievo e per scritturare apprezzati artisti.
Lo dimostra chiaramente il libretto che in ambito ecclesiastico prima cita, per motivi di censura, l’Ill.mo e Rev.mo Chiarissimo Falconieri Arcivescovo di Ravenna, e il parroco Carlo Bacchetti deputato dal S. Uffizio alla concessione dell’Imprimatur. Evidenzia poi ed esalta l’autorità di un Principe della Chiesa, il Signor Cardinale Vincenzo Macchi (1770–1860) Legato della Città e Provincia di Ravenna, al quale Casali dedica Il Libretto del Dramma, con adulazione, ossequio e devota enfasi.
Anche in ambito teatrale Antonio Casali dimostrò l’efficienza della sua impresa.
Lo si capisce dall’orchestra, accresciuta di Professori della Città e Forestieri, affidata alla guida di noti professionisti quali Gaetano Mililotti (1798 – 1850), Compositore e Maestro, Direttore della Musica; e Antonio Sighicelli, (1802 – 1886) valente Primo Violino e Direttore d’Orchestra. Ma anche il
palcoscenico fece la sua parte con lo sfoggio delle scene create dall’apprezzato maestro faentino Romolo Liverani. (1809-1872).
Non è difficile immaginare oggi l’entusiasmo sollevato in teatro da una compagnia di canto che si avvaleva non solo della presenza del soprano Giuseppina Fabre-Noël ma anche di cantori di cartello, come il tenore veneto Antonio De Val (1803–1878) valente interprete rossiniano di fama europea, ricercato per le sue notevoli risorse vocali e sceniche, e come il contralto Teresa Cecconi, Accademica Filarmonica di Bologna, “…un genio nato per l’arte del canto” (da Teatri, arti e letteratura, 1840).
Il ruolo di Donna Caritéa come detto, venne interpretato dalla giovane ma affermata Giuseppina Fabre-Noël, virtuosa francese dalla voce ferma, commovente ed estesissima, approdata in Italia alla ricerca di un repertorio drammatico sentimentale consono ai suoi ragguardevoli ed espressivi mezzi canori. Decisione saggia ricompensata, pochi mesi dopo Ravenna, da altri entusiastici consensi al Comunale di Piacenza nel ruolo di Ninetta della Gazza ladra di Rossini. 2. I melomani ravennati furono felici spettatori di ben 25 repliche della osannata opera, senza immaginare che, dopo il vasto consenso avuto in tanti teatri nei primi anni della sua esistenza, in
breve tempo quel melodramma si sarebbe spento.

Donna Caritéa-Dedica
-Donna Caritéa-Attori
Donna Caritéa-Un prestito al Risorgimento

Nata con successo a Venezia nel febbraio 1826, una decina di anni dopo l’opera di Mercadante arrestò improvvisamente il suo cammino con alle spalle le calorose accoglienze ricevute a Torino e Genova (1828), a Bologna (1827 col bis nel 1831) e alla Scala (1832). Scomparve poi dalle scene dal
1837 accompagnata inconsapevolmente dagli ultimi applausi del teatro di S. Carlo di Napoli.
Dopo quasi due secoli, di questo obliato melodramma resta forse sconosciuto un poetico legame con i moti risorgimentali che all’epoca infiammavano i cuori e gli animi di tanta gioventù votata
all’unificazione nazionale italiana.
La correlazione affonda le sue radici in due notissimi versi senari della seconda strofa della nona scena di pagina 22: «Chi per la gloria muor / Vissuto è assai». Vengono scanditi in coro da truppe al soldo dell’infido Don Alfonso re del Portogallo schierato militarmente contro la regina di Spagna
Donna Caritéa, rea di averlo rifiutato come sposo. Dopo la prima veneziana, quei versi poetici (seppur sostenuti musicalmente da un ritmo cantilenante, poco guerresco) entusiasmarono talmente gli animi risorgimentali da venire scelti – previa sostituzione della parola gloria con Patria
– come loro motto morale e vessillo insurrezionale.
L’empito volitivo di quella eroica massima raggiunse e infiammò perfino il patibolo dei fratelli veneziani Emilio ed Attilio Bandiera i quali, nel Vallone di Rovito il 25 luglio 1844, affrontarono impavidi la fucilazione con sulle labbra l’esaltante verso teatrale impregnato di patrii ideali

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